Categoria: Biografie Pedagogiche

  • Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto

    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto

    Il Valore di una Scelta: alla Ricerca del proprio Sè

    Il Valore di una Scelta: alla Ricerca del proprio Sè. Ci sono scelte che facciamo con piena consapevolezza, altre che sembrano casuali ma che, col tempo, si rivelano determinanti per il nostro percorso di vita.

    La storia di Amerigo è proprio una di queste. Non ha scelto di diventare poliziotto per vocazione, ma perché desiderava lasciare il suo paesello in Sardegna, Riola Sardo, ed esplorare il mondo. Quella che sembrava solo un’occasione per partire è diventata la sua strada, una carriera che ha abbracciato con determinazione, adattandosi e crescendo, ma senza mai restarne intrappolato.

    La sua identità non si è mai fusa completamente con la divisa: ha vissuto il mestiere con impegno, ma senza permettergli di definirlo completamente, se non nei Valori che gli ha lasciato – il Rispetto e il Dialogo.

    Con le Biografie Pedagogiche raccogliamo storie di vita che, in superficie, possono apparire semplici, quotidiane, ma che, se ascoltate con attenzione, rivelano temi profondi e universali.

    La scelta del proprio destino è uno di questi: a volte segue un’intuizione che si rivela esatta, altre volte richiede deviazioni, inciampi e risalite prima di condurci dove dobbiamo davvero essere. Amerigo ci racconta come il suo cammino sia stato guidato da una volontà di scoperta, che lo ha portato a trovare un senso nel servizio agli altri e nella crescita personale, senza perdere mai la propria essenza.

    Il Valore di una Scelta: L’inizio di un percorso

    Se pensi al momento in cui hai deciso di entrare in polizia, cosa ti viene in mente? C’era qualcuno che ti ha ispirato o un episodio che ha rafforzato questa scelta?

    Amerigo: La scelta di entrare in polizia non è stata una decisione mirata, non pensavo di fare il poliziotto come vocazione. Avevo diciassette anni e mezzo, quasi diciotto, e il mio paesello, Riola Sardo, in provincia di Oristano, mi stava stretto. Sentivo il bisogno di vedere il mondo, di uscire da quella realtà. Quando mi si è presentata l’occasione di arruolarmi, ho fatto domanda senza pensarci troppo, convinto che non mi avrebbero preso: ero magrolino, gracile, ma sano. E quello bastava.

    Sono partito per Roma per le ultime visite, pensando solo alla settimana fuori casa, senza crederci davvero. Ma quando lessero i nomi di quelli destinati alla Scuola di Polizia di Stato di Peschiera del Garda, in mezzo c’ero anch’io. Da lì è cominciata la mia avventura.

    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto in divisa 1973
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto in Divisa (1973)
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, Scuola di Polizia 1975
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, (1975)

    Amerigo, ex-poliziotto, Scuola di Polizia 1973

    Come ti immaginavi la vita da poliziotto prima di iniziare? E com’è stato poi confrontarsi con la realtà?

    Amerigo: Arrivare al Lago di Garda fu un impatto forte: montagne, paesaggi mai visti. Il corso durò nove mesi, immerso nella disciplina militare che caratterizzava ancora la polizia dell’epoca. All’inizio fu entusiasmante, soprattutto in estate, quando Peschiera era viva di turisti. Poi arrivò l’autunno, e con esso la realtà dura: Milano. Le manifestazioni, le tensioni, il pericolo.

    Da allievi ci mandavano a supporto, e l’impatto con la città fu difficile. Non mi piaceva Milano. Quando ci fecero scegliere la sede, indicai Roma, ma finii di nuovo nel capoluogo lombardo, al reparto celere, in prima linea nei disordini degli anni ’70. Era una città in fiamme, piena di scontri, e io non riuscivo ad ambientarmi.

    Fu solo dopo dieci mesi, con l’opportunità di trasferirmi a Linate, che iniziai a trovare il mio posto. Non ero fatto per gli scontri di piazza, volevo lavorare in un contesto diverso, e all’aeroporto mi sentii finalmente nel ruolo giusto.

    Il Valore di una Scelta: Gli anni a Linate, un nuovo percorso

    Come è stato il tuo lavoro all’Aeroporto di Linate?

    Amerigo: A Linate rimasi vent’anni. Il primo anno feci servizi generici: controlli passeggeri, bagagli, passaporti. Poi mi proposero un ruolo amministrativo all’ufficio del personale. Non era ciò che avevo immaginato per me, ma mi avrebbe permesso di avere orari più regolari e imparare qualcosa di nuovo. Accettai. Iniziai come impiegato, ma col tempo arrivai a gestire l’ufficio, con quattro colleghi.

    Uno degli incontri più importanti della mia carriera fu con il mio capo ufficio di allora, un maresciallo più grande di me di dieci anni. Non solo mi insegnò il mestiere, ma mi aiutò a crescere come persona. Io venivo da un paesino con la terza media, senza una preparazione culturale, e lui con pazienza mi guidò, mi fece appassionare alla conoscenza, all’organizzazione. Ancora oggi ci ritroviamo, segno che alcuni legami professionali diventano amicizie vere.

    Dopo vent’anni sentii di nuovo il bisogno di cambiare. Volevo finalmente fare il poliziotto di strada. Chiesi il trasferimento alla Questura di Milano e fui assegnato al Commissariato di Quarto Oggiaro, uno dei più difficili della città. Ma ero determinato: volevo imparare.

    La Polizia di Strada e il Valore del Dialogo

    Come hai vissuto il passaggio alla polizia di strada?

    Amerigo: Arrivai a Quarto Oggiaro a quasi quarant’anni, con più esperienza di molti colleghi, ma con la voglia di chi doveva ancora imparare tutto. Nonostante il rango, mi affiancai agli agenti più esperti, osservando e assimilando. In pochi mesi sapevo già muovermi con sicurezza.

    La mia idea di poliziotto non era quella di chi impugna subito la pistola. Credevo, e credo ancora oggi, nel potere del dialogo. Ho affrontato situazioni difficili, ma ho sempre cercato di risolverle con la parola.

    Ricordo un caso di sfratto: una giovane madre con un bambino piccolo che doveva lasciare casa. Vedere dieci persone, tra ufficiali giudiziari, avvocati e assistenti sociali, che le intimavano di uscire mi colpì profondamente. Mi presi un momento per parlare con tutti, e riuscii a convincerli a concederle tre mesi di tempo.

    Lei in quel periodo trovò una sistemazione. Fu uno di quei momenti in cui mi sentii davvero utile.

    Al Commissariato affrontai anche situazioni più pericolose: scontri tra bande, traffici illeciti, operazioni della Digos. Ma sempre con il mio stile, cercando il confronto prima dello scontro.

    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, in servizio.
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, in servizio.

    Il Valore di una Scelta: Un Incontro con il Campo Nomadi

    Ti è mai capitata una situazione difficile in cui hai dovuto gestire un gruppo di persone senza usare la forza?

    Amerigo: Sì, una volta mi hanno mandato a controllare un campo nomadi abusivo vicino al cimitero di Musocco, a Milano. Mi avevano segnalato che c’erano una cinquantina di roulotte parcheggiate illegalmente e che i residenti della zona si stavano lamentando. Arriviamo sul posto con la pattuglia, e in un attimo ci troviamo circondati. Ce n’erano tantissimi e ci guardavano male, parlavano fra loro in una lingua che non capivamo. Io però sapevo che se reagivamo con aggressività, la situazione poteva degenerare.

    Sono rimasto calmo e ho chiesto di parlare con il capo. All’inizio nessuno voleva dire chi fosse, poi da una roulotte esce un uomo anziano, piccolo di statura, ma con un’aria importante. Gli dico: “Capo, buongiorno. Come mai siete qui?”. Lui mi guarda e risponde che stavano solo di passaggio, che si sarebbero fermati un paio di giorni per poi ripartire. Io gli faccio presente che il cimitero è un luogo pubblico, che lì non potevano stare e che rischiavano di essere sgomberati con la forza se non trovavano una soluzione.

    Ha chiesto un po’ di tempo per parlarne con gli altri. Io non avevo fretta, gli ho detto: “Va bene, decidete, ma io devo avvisare i superiori”. Dopo una ventina di minuti, torna e mi dice: “Ok, capo, ce ne andiamo oggi pomeriggio”. E così hanno fatto. Nessuna tensione, nessun problema. Credo che se fossimo entrati subito con aggressività, avremmo solo creato caos. Invece, parlando, le cose si sono risolte pacificamente.

    Questo episodio mi ha confermato che con il rispetto e il dialogo si può ottenere molto più che con la forza. Era una situazione che poteva degenerare, ma alla fine si è chiusa nel miglior modo possibile.

    Il Valore di una Scelta: La pensione e la nuova vita

    Come sei arrivato alla decisione di andare in pensione?

    Amerigo: Nel 1995, con la prima riforma pensionistica, scoprii di avere già i contributi necessari per andare in pensione. Non ci avevo mai pensato, ma avevo due figli piccoli e una moglie che lavorava. Uno dei due stipendi finiva sempre tra baby-sitter e spese varie.

    Decisi che era il momento di esserci per la mia famiglia. Non rimpiango quella scelta.
    Dopo la pensione, mi sono dedicato ai miei figli, ai miei hobby, a piccole collaborazioni. Ho persino lavorato brevemente con un’agenzia investigativa. Ma soprattutto, non mi sono mai annoiato.

    Il Valore di una Scelta: L’eredità di un poliziotto

    Quali valori ti porti dietro da questa esperienza?

    Amerigo: Se dovessi dare un consiglio ai giovani che entrano in polizia, direi loro di imparare ad ascoltare. Non si fa il poliziotto con la mano sulla pistola, ma con il rispetto e la capacità di mediare. Ho parlato con criminali, con persone disperate, con chi aveva paura e con chi voleva prevaricare. E ho sempre cercato di farlo con umanità.

    Mi porto dentro i Valori di Rispetto e di Dialogo. Ho imparato a osservare prima di giudicare, a capire che dietro ogni situazione c’è una storia. Ed è questo che vorrei trasmettere: il senso di responsabilità, ma anche la consapevolezza che dietro ogni scelta, ogni intervento, ogni parola, c’è sempre una persona.

    La mia vita in polizia mi ha cambiato, mi ha dato tanto. Ma soprattutto mi ha insegnato che essere un poliziotto non è solo un lavoro: è un modo di essere.

    La Dignità delle Storie silenziose: Il Volto Umano di un Servizio Pubblico

    Si pensa a chi lavora per garantire la nostra sicurezza? A chi ogni giorno affronta pericoli, prende decisioni difficili e porta sulle spalle il peso di situazioni complesse? Storie come quella di Amerigo non sempre possono essere raccontate nei dettagli, ma bastano pochi episodi per comprendere i Sacrifici e il Valore di una vita spesa al Servizio della Comunità.

    Le Biografie Pedagogiche servono proprio a questo: far emergere il significato più profondo delle esperienze di vita, rendendo giustizia a chi, con il proprio percorso, ha lasciato un segno.

    Amerigo ci insegna che una divisa non definisce una persona, ma i valori con cui sceglie di portarla: Rispetto, Umanità e Capacità di Ascolto. E questa, più di ogni altra, è la vera eredità di una vita dedicata agli altri.

  • Tassisti a Milano: Ogni Corsa, una Nuova Storia

    Tassisti a Milano: Ogni Corsa, una Nuova Storia

    Tassisti a Milano: Ogni corsa, Una Nuova Storia è la seconda parte dell’intervista a Fausto, tassista a Milano da 38 anni. Dopo aver attraversato il passato e il presente dei tassisti a Milano nel primo articolo – in cui Fausto ci ha raccontato la sua storia familiare e le trasformazioni della professione – in questa seconda parte ci immergiamo ancora di più nel cuore del mestiere. Se non hai ancora letto la prima parte dell’intervista, ti consiglio di partire da qui: 👉 Tassisti a Milano: Due Generazioni al Volante si Raccontano

    In questo articolo mi sono concentrata su ciò che non si vede da fuori, ma che è essenziale per chi ogni giorno lavora su quattro ruote: la formazione del tassista, i valori trasmessi, il rapporto con i clienti abituali e il modo in cui la tecnologia ha trasformato il lavoro. Fausto ci accompagna in un racconto sincero, dove nostalgia e realtà si intrecciano. Scopriremo cosa significa imparare questo mestiere, la sfida di mantenere il sangue freddo nel traffico caotico di Milano, la soddisfazione di creare legami con i clienti e la differenza tra l’essere tassista ieri e oggi.

    Fausto non è solo un uomo che guida un’auto per mestiere. È un testimone di un’epoca, di un cambiamento sociale e professionale, di una città che si trasforma giorno dopo giorno. E le sue parole ci ricordano che ogni corsa racchiude una storia, ogni cliente lascia un segno, e che dietro ogni volante c’è un mondo fatto di esperienza, intuito e umanità.

    Vi auguro una buona lettura!

    Tassisti a Milano: A Scuola del Mestiere

    Tuo padre ti ha trasmesso qualcosa che va oltre la tecnica del lavoro.
    Quali valori o principi ti porti dentro ogni giorno, grazie a lui?

    Fausto: Mio papà mi ha insegnato la cosa più importante di tutte: mantenere la calma. Mi ripeteva sempre: “Nel traffico si perde facilmente la pazienza, ma un tassista deve sapere mantenere il controllo. Lascia perdere, anche se hai ragione“. Una lezione che mi ha salvato molte volte.

    Un giorno ho caricato un cliente che lavorava nella selezione del personale. Chiacchierando, mi ha rivelato che una delle prove più importanti per valutare i candidati era osservare come si comportavano al volante. “Sai,” mi ha spiegato, “è nel traffico che viene fuori il vero carattere di una persona.” Questa frase mi ha fatto riflettere.

    Ho sempre pensato che il modo in cui guidi racconta molto di te: pazienza, autocontrollo, capacità di adattarti. E forse è proprio vero. In tanti anni sulle strade di Milano, ho imparato che, essere tassisti a Milano, non è solo portare qualcuno da un punto A a un punto B, ma è anche una questione di equilibrio, di intuizione, di saper leggere le situazioni. E questo lo devo a mio padre.

    Tassisti a Milano: Legami con i Clienti abituali

    Hai mai stretto amicizia, legami particolari con i clienti abituali?

    Fausto: Sì, qualche volta è successo. Alcuni clienti chiedono il numero privato per organizzare corse regolari, ma io non amo avere una clientela fissa. A parte che, teoricamente, non si potrebbe fare perché diventa noleggio con conducente. Però capita di rivedere spesso le stesse persone, magari perché abitano vicino o viaggiano sempre negli stessi orari.

    Ad esempio, c’è una DJ di Radio Deejay che prendo spesso. Quando mi vede, si sente tranquilla perché sa che faccio la strada giusta, quella che preferisce lei. All’inizio mi ha dato fiducia, e ora ogni volta che capita con me si sente serena.

    L’altro giorno, invece, mi è successa una cosa simpatica. Ero a Linate e chi ti trovo? Una comica milanese che avevo accompagnato un paio d’anni fa. Non l’avevo nemmeno riconosciuta subito, ma appena ho sentito la sua voce mi è tornata in mente. “Abitate ancora in via Sardegna?” le ho chiesto. E lei: “Ma che memoria!” Abbiamo chiacchierato per tutto il tragitto, ed era evidente che le aveva fatto piacere essere riconosciuta.

    Essere tassisti a Milano significa anche questo: incontri casuali che, a volte, diventano piccole connessioni umane che restano nel tempo.

    Tassisti a Milano: I Turni di Ieri e di Oggi

    Mi hai raccontato dei turni con le banderuole colorate. Oggi come sono cambiati i turni? E cosa pensi di queste nuove regole?

    Fausto: Guarda, una volta i turni erano chiari e funzionavano. C’erano sei turni principali, due al giorno, e più o meno riuscivi a soddisfare la richiesta dell’utenza, anche nei momenti critici. Certo, i problemi c’erano lo stesso, tipo quando arrivava un treno con 600 persone. Non puoi avere 600 taxi pronti lì, ma il sistema era più logico.

    Adesso invece ci sono 2400 possibilità di combinazioni di turni, una giungla. Dicono che così migliora il servizio, ma per me l’hanno solo complicato. Prima c’era il “marziano”: una soluzione che permetteva ai fuori turno di lavorare solo in certe aree di alta richiesta, come Linate o la Stazione Centrale. Funzionava. Andavi, facevi il tuo lavoro e basta. Ora, con il turno libero, è un disastro. Puoi lavorare ovunque, ma senza un criterio preciso. Si perde tempo e non si riesce a organizzare bene il servizio.

    Ecco perché tanti Tassisti a Milano rimpiangono il vecchio sistema: torniamo ai sei turni chiari. Era semplice e funzionava meglio, per noi e per i clienti. Ma chi prende queste decisioni non vive il mestiere, non sa cosa significa stare al volante tutto il giorno. Dovrebbero fidarsi di chi fa questo lavoro da anni, perché certe cose le capisci solo vivendole sulla tua pelle.

    Tassisti a Milano Ogni Corsa una Nuova Storia -Fausto e il suo taxi 1998
    Tassisti a Milano: Fausto (1998)

    Il Ruolo delle Speakers: tra Professionalità e Tecnologia

    Torniamo a quelle signorine, le speakers che gestivano le chiamate. Quando è cambiato tutto?

    Fausto: L’arrivo della localizzazione satellitare ha trasformato il lavoro dei Tassisti a Milano, cancellando il ruolo delle speakers che per anni avevano gestito le chiamate. La loro professionalità faceva la differenza: ricordo che, chiamavano le vie una per una: “Via Manzoni, via Manzoni!”. Ogni chiamata aveva un tempo assegnato. Alla prima chiamata rispondevi solo se potevi arrivare in 1-2 minuti, alla seconda in 3-4 minuti e così via. Se rispondevi senza essere effettivamente nei tempi, rischiavi la commissione disciplinare. Dovevi essere concentrato, conoscere le vie a memoria e calcolare in una frazione di secondo quanto tempo ti serviva per arrivare. Era quasi una gara, e solo chi aveva esperienza e velocità di reazione riusciva a prendersi le corse migliori.

    Ora tutto è automatizzato. Il satellite assegna le corse in base alla posizione, senza margine di abilità o strategia. Per il cliente è sicuramente un sistema più regolare e giusto, ma per noi tassisti ha tolto quella dimensione di competenza che rendeva il lavoro più gratificante.

    Ma i tempi cambiano, e bisogna adattarsi. I Tassisti a Milano oggi lavorano in un contesto completamente diverso, dove la tecnologia ha reso tutto più veloce, ma ha tolto quella dimensione umana e di abilità che un tempo contava davvero.

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    La Formazione del Tassista: tra Studio ed Esperienza

    Per diventare tassista esiste una vera e propria formazione?

    Fausto: Non puoi improvvisarti tassista, devi studiare e superare un esame. Anch’io ho frequentato una scuola di sei mesi organizzata dalle associazioni di categoria. Oggi è un po’ più difficile rispetto a quando ho iniziato io a 23 anni, ma se studi, ce la fai.

    Bisognava conoscere a memoria il regolamento e avere una base sulla storia di Milano. Non diventavi una guida turistica, ma dovevi sapere dire almeno due cose sui monumenti, giusto per fare bella figura con i clienti.

    La parte più tosta era la toponomastica. Ti mettevano alla prova con domande tipo: “Un cliente sale in via Mac Mahon e si sente male, dove lo porti?” Dovevi sapere subito qual era l’ospedale più vicino. Oppure ti chiedevano un tragitto dettagliato, passo dopo passo, per esempio da Piazza Duomo alla Stazione Centrale. Non bastava una risposta generica, volevano tutte le strade in ordine preciso. All’esame mi fecero una domanda a trabocchetto: “Quante vie confluiscono su Piazza Bande Nere?” Per fortuna avevo studiato bene e risposi subito: “9, contando anche quelle chiuse.” Insomma, dovevi essere preparato.

    Il rapporto con i clienti, invece, si impara sulla strada. Devi saper osservare e adattarti a ogni situazione. Una volta ho caricato un tipo strano, vestito di nero, occhiali da sole, senza dire una parola. Mi ha solo detto: “Corvetto.” Nessun numero, nessuna indicazione. Ho capito subito il tipo. Arrivati, ho fermato la macchina e ho detto: “Hai detto Corvetto, siamo qui. Scendi.”

    Essere Tassisti a Milano è un mix di preparazione e intuito. La scuola ti dà le basi, ma è la strada che ti insegna davvero il mestiere. Ogni cliente è diverso, ogni corsa è una storia a sé.

    Tassisti a Milano: Valore, Esperienze e Storie da Raccontare

    Come ti sei sentito durante questa intervista?

    Fausto: Un po’ nostalgico, lo ammetto. Parlare di questi ricordi mi ha fatto tornare in mente i primi anni di lavoro, le dinamiche con i colleghi, il rapporto con le speaker della radio. C’era un contatto umano diverso: ti chiamavano per nome, ti riconoscevano, facevano battute. Prima di iniziare il turno magari ci si trovava al bar per un caffè, e una volta alla settimana si usciva per una pizza tutti insieme. Ora è tutto più freddo, automatico. La tecnologia ha reso il lavoro più efficiente, ma ha tolto qualcosa di importante: quel senso di comunità che rendeva speciale questo mestiere.

    Essere intervistato non è come fare una chiacchierata normale. Ti senti sotto pressione, cerchi di dire le cose giuste. Poi magari, quando rileggerò tutto, mi verranno in mente altri dettagli, altre storie che non ho raccontato. Ma questo è solo un punto di partenza.

    Le Biografie Pedagogiche: Un Viaggio tra Memoria e Consapevolezza

    Ogni esperienza di Biografia Pedagogica è unica. Accade spesso che, all’inizio, chi racconta si senta quasi sotto esame, perché non è abituato a riflettere così apertamente sul proprio vissuto. A volte c’è persino il timore di non trovare le parole giuste o di dire troppo. Ma è attraverso questo processo di racconto e di ascolto attivo che avviene qualcosa di speciale: emergono nuove consapevolezze, il passato assume un nuovo significato e si comprende meglio il proprio presente.

    La grande potenzialità di questo lavoro sta nella trascrizione fedele del parlato del protagonista. E nel rileggersi, molte persone si riconoscono, si ritrovano e – cosa più importante – si piacciono nel proprio racconto. Perché vedere la propria storia scritta nero su bianco dà una nuova dignità ai ricordi, valorizza il vissuto e permette di dargli un senso più profondo.

    Questa intervista con Fausto, tassista a Milano, è la prova di quanto un lavoro possa racchiudere storie, valori e cambiamenti profondi. Un racconto che non è solo personale, ma che diventa testimonianza sociale di un mestiere che, negli anni, ha vissuto trasformazioni, evoluzioni e sfide continue.

    Se anche tu hai una Storia da raccontare, una Professione che merita di essere valorizzata,
    Contattami.
    Perché ogni Esperienza di Vita ha un Valore, e merita di essere Ascoltata.

    esperienzanarrata di Maria Adelaide Macario
  • Tassisti a Milano: due Generazioni al Volante

    Tassisti a Milano: due Generazioni al Volante

    “Tassisti a Milano: due generazioni al volante” è la storia di Emilio e Fausto, padre e figlio. Fausto, in questa intervista, ripercorre le tradizioni familiari, i cambiamenti di Milano e le relazioni costruite durante il suo lavoro.

    Esperienzanarrata è sempre alla ricerca di persone autentiche che desiderano condividere la propria storia, donando così Valore alla loro esperienza di vita. In questo articolo, vi presento il vissuto di Fausto, mio cognato, che da ben 38 anni svolge il mestiere di tassista a Milano. La sua biografia non è solo uno spaccato interessante di questa professione, nata per rispondere ai bisogni della città, ma è anche un racconto di continuità familiare: Fausto, infatti, ha seguito le orme del padre dopo altre esperienze lavorative.

    L’intervista è costruita seguendo l’approccio delle Biografie Pedagogiche, che preserva il tono emotivo e il parlato autentico dell’intervistato. Questo metodo permette a chi si rilegge di sentirsi autore non solo del racconto, ma anche dello scritto stesso.

    Il lavoro della Biografa, in questo caso, è dare voce, con la scrittura, a chi si racconta.

    Data la ricchezza dei contenuti, questa intervista è stata suddivisa in due articoli. Ti invito quindi a leggere anche la seconda parte, dove il viaggio nel mondo dei tassisti a Milano continuerà tra storie, memorie e cambiamenti.

    Tassisti a Milano: Un Mestiere che diventa una Tradizione

    Quando hai capito che avresti seguito le orme di tuo padre?
    Cosa significava per lui fare il tassista e cosa ha significato per te raccogliere questa eredità familiare?

    Fausto: Guarda, non c’è stato un momento preciso in cui ho pensato: “Ok, voglio fare il tassista anch’io.” Però, sin da piccolo, ero affascinato dalla macchina di mio papà, dal tassametro, dagli strumenti a bordo. Ai tempi, non c’era tutta la tecnologia di oggi. Per esempio, c’era una paletta di ferro colorata che si avvitava sul tetto per segnalare i turni: verde per il mattino, rosso per il pomeriggio e bianco per la notte. Mi divertivo a riconoscere i colleghi dai colori dei turni mentre ero con lui. “Quello lì è di mattina, quello lì è di notte.” Era un gioco, ma già allora mi sentivo attirato da quel mondo.

    Crescendo, ho provato altri lavori, ma non funzionavano mai come speravo. Poi mio papà mi prospettò l’opportunità di provare a fare il tassista con lui. Era tutto più semplice allora: c’era la conduzione familiare. Il sabato e la domenica uscivo con la sua macchina. Per me era una gioia incredibile, come un gioco con una grande dose di responsabilità. Mio papà però era scettico. Mi diceva sempre: “Se prendi la licenza, devi tenerla per almeno cinque anni. Sei sicuro?” Lui non era convinto che avrei resistito, ma io lo ero. Amavo troppo questo lavoro.

    Dopo un paio d’anni di collaborazione familiare, ho deciso di fare il grande passo e acquistare la mia licenza. Ricordo quando andai con mio papà a parlare con un signore che la stava vendendo. La macchina era improponibile, ma la licenza era perfetta. Così, a 23 anni, nel 1986, ho comprato una Renault 18. Era intestata alla società di un famoso cantautore dell’epoca, pensa te! L’ho dovuta far verniciare perché non era del colore giusto, ma da quel momento è iniziata la mia vita da tassista.

    Questo lavoro è un po’ come un grafico della borsa: ci sono alti e bassi, ma alla fine il bilancio è positivo. Non ho mai sentito il bisogno di cambiare mestiere. Fare il tassista a Milano mi ha dato tanto, e tutto è iniziato grazie alla passione che ho ereditato da mio papà.

    Fausto, (25/04/1972) a soli 9 anni, sale dal lato del guidatore sul taxi del papà. Le passioni nascono osservando, ascoltando, imparando e ‘respirando’ il mestiere fin da piccoli, fino a farlo diventare parte di sé.
    Fausto, (1972) a soli 9 anni, sale dal lato del guidatore sul taxi del papà. Le passioni nascono osservando, ascoltando, imparando e ‘respirando’ il mestiere fin da piccoli, fino a farlo diventare parte di sé.
    Fausto- 1988 Primo Taxi
    Fausto- 1988 Primo Taxi – Renault 18

    Tassisti a Milano: La Radio Taxi e le Sigle Familiari

    Negli anni ’80 hai iniziato come tassista. Mi dicevi che tuo padre lavorava già, ma tu hai comprato una licenza diversa. Come avete gestito il lavoro insieme?

    Fausto: Sì, ho iniziato nell’86 e, di fatto, siamo diventati colleghi. Era una cosa strana ma bella. Ci prendevamo in giro, quasi come se fosse una gara. Lui mi diceva scherzando: “Come fai a fare tutti questi soldi?” e io, ridendo, gli rispondevo: “Dai, papà, dormi troppo!” Lui lavorava con la sua tranquillità, alla vecchia maniera, senza troppi cambiamenti.

    All’inizio mio padre non voleva saperne di Radio Taxi: “Io faccio il mio, non mi serve,” ripeteva. Ma io insistevo: “Guarda che ti cambia la vita!” Alla fine lo convinsi e gli diedero la sigla Tango 33, mentre io ero Tango 23. Tutto questo accadeva prima del 2000. Alla fine gli piaceva, anche se non lo avrebbe mai ammesso!

    Quindi avevate una sorta di competizione familiare?

    Fausto: Eh sì, una competizione simpatica. Lui all’inizio pensava che Radio Taxi fosse solo una perdita di tempo, ma poi si è reso conto che con la radio lavoravi meglio: meno chilometri, più corse, niente attese ai posteggi. Dopo, quando la radio aveva qualche problema o non funzionava, sembrava gli mancasse l’ossigeno! Insomma, si era abituato. Era bello, perché alla fine avevamo creato una sorta di squadra: Tango 23 e Tango 33, padre e figlio, ognuno con la sua macchina.

    Mi sembra di capire che le Speakers della radio avessero un ruolo particolare.

    Fausto: Certo! Erano la voce che ti accompagnava tutto il giorno e non avevano peli sulla lingua! Se sbagliavi, ti sgridavano subito: “Ma dove sei finito?” Oppure insistevano con corse che nessuno voleva prendere. All’inizio non ci facevi caso, poi capivi che erano quelle più impegnative. Ma alla fine entravi nella rete, ti chiamavano per nome o per sigla, creando un rapporto umano che oggi, con la tecnologia, è andato perso.

    Ai tempi era tutto più alla buona. Mi ricordo il Bar Lux, vicino alla Stazione Centrale. I tassisti della mattina si trovavano lì prima di iniziare il turno per fare colazione insieme. Se c’era bisogno di taxi in fretta, le speaker telefonavano direttamente al bar: “C’è Alfa 90? Passamelo.” E via, partivano le chiamate. Era un altro mondo, più umano, più semplice. Oggi tutto è veloce, tutto è automatico. Ma quel calore, quelle dinamiche tra colleghi e operatori della radio, quei piccoli riti quotidiani… beh, quelli mancano davvero.

    Tassisti a Milano non era solo una professione, ma un mondo fatto di relazioni, abitudini e piccoli dettagli che rendevano ogni giornata unica.

    Tassisti a Milano: Il Taxi come Luogo di Storie e Relazioni

    Hai raccolto storie, volti e momenti unici durante i tuoi anni al volante. Se chiudi gli occhi e pensi ai racconti di tuo padre e ai tuoi, quale storia o incontro ti ha lasciato un segno particolare, come uomo o come figlio.

    Fausto: Oh, di situazioni ne capitano tantissime. Ogni corsa è diversa e può stravolgere completamente la giornata. A volte fai conversazioni leggere, parli del tempo, delle notizie del giorno. Altre volte, invece, ti trovi davanti a qualcosa di inaspettato: c’è chi sale in macchina e ti dice all’improvviso: “Corra, devo andare in ospedale, mio figlio sta male”. Oppure ti capita un cliente “fuori di testa”, che inizia a parlare senza senso. Devi saper gestire ogni situazione, adattarti al momento.

    Mio papà mi raccontò di una corsa che non dimenticherò mai. Un tipo poco raccomandabile salì in taxi e, dopo un breve tragitto, chiese di fermarsi un attimo per comprare le sigarette. Scese dall’auto, lasciando sul sedile posteriore una pistola in bella vista. Mio padre non ci pensò due volte: la prese e la nascose in un giornale. Quando il cliente tornò, gli disse senza mezzi termini: “Ma sei matto? Lasci una pistola in giro?” Per fortuna non successe nulla, ma quella storia mi è rimasta impressa.

    Un’altra volta, agli inizi del mio lavoro, mi capitò un episodio assurdo. Una signora salì in taxi con in mano un piatto di ravioli in brodo. Le dissi subito: “Signora, se mi sporca la macchina mi arrabbio”. Lei, senza scomporsi minimamente, mi rispose: “Devo mangiare”. Si mise comoda sul sedile posteriore e, come se fosse al tavolo di casa sua, iniziò a mangiare i ravioli. Io, per tutto il viaggio, controllavo più il retrovisore che la strada! Quando finì, si bevve pure il brodo dal piatto e poi, con tutta calma, lo infilò in borsa. Pagò tranquillamente e se ne andò, come se fosse la cosa più normale del mondo.

    Essere Tassisti a Milano vuol dire anche questo: incontrare persone, raccogliere storie, assistere a momenti di vita unici e imprevedibili, che ti restano dentro per sempre.

    Legami di Famiglia, Legami di Strada

    C’è una sensazione che ti accompagna quando guidi, qualcosa che ti fa sentire parte di una tradizione familiare?
    Se oggi tuo padre fosse accanto a te in auto, cosa gli diresti?

    Fausto: Gli direi che i suoi erano tempi migliori. Ora il lavoro è più individualista, non c’è più lo stesso spirito di squadra. Mi piacerebbe averlo accanto almeno per un giorno, fargli vedere quanto è cambiata Milano.

    Quando lui lavorava, si poteva girare ovunque: Corso Vittorio Emanuele, San Babila, Piazza Beccaria. Adesso è tutto pedonalizzato, pieno di restrizioni per i taxi. Troppe limitazioni, troppe corsie vietate. È chiaro che così diventa sempre più difficile offrire un buon servizio. Prima, forse, si guadagnava meno a corsa, ma c’era più libertà di movimento e si facevano molte più corse.

    Mi ricordo il suo posteggio preferito, vicino al bar Le Tre Gazzelle, frequentato da belle donne. Era giovane, e gli piaceva stare lì. Oggi gli direi: “Guarda qui, non si può più fare. Guarda là, non si può più passare.” Mi immagino già i suoi commenti, il suo disappunto.

    Però sarebbe bello poterlo portare in giro, mostrargli tutto quello che è cambiato e fargli vedere le cose che lui faceva ogni giorno e che oggi non si possono più fare. I tassisti a Milano oggi vivono un contesto completamente diverso rispetto a una volta, con nuove sfide e regole sempre più stringenti. Ma nonostante tutto, la passione per questo mestiere resta la stessa.

    Essere Tassista a Milano: Un Ponte tra Passato e Futuro

    Essere tassisti a Milano non è solo un mestiere, ma una vera e propria esperienza di vita. Ogni giorno si attraversano strade, si incontrano persone, si ascoltano storie e si assiste ai cambiamenti della città. Per Fausto, questa professione rappresenta molto di più di un semplice lavoro: è un’eredità familiare, un legame con il passato e un ruolo che continua a evolversi con il tempo.

    “Per me, essere Tassisti a Milano è come essere un ponte: colleghi storie, persone e luoghi, lasci un segno e ti porti via qualcosa da ogni corsa.”

    La memoria del mestiere passa anche attraverso i dettagli, come le auto che hanno segnato ogni fase della sua carriera. Tra tutte, la sua preferita è stata la Mercedes Station Wagon, un’auto affidabile, spaziosa e resistente, perfetta per il lavoro. Ma anche i colori dei taxi raccontano il cambiamento della città: dal verde e nero dei tempi di suo padre, al giallo degli anni ’80, fino al bianco attuale. Ogni epoca ha avuto il suo segno distintivo, così come ogni generazione di tassisti ha vissuto il proprio modo di stare sulla strada.

    Tassisti a Milano due Generazioni al Volante Fausto - Mercedes 1991
    Fausto (1991) Mercedes Station Wagon, il suo Taxi preferito

    Nonostante le trasformazioni della professione, la vera essenza del mestiere resta: incontri, relazioni e capacità di adattamento. Fausto ha vissuto in prima persona questa evoluzione tra nuove tecnologie e regole più rigide. Ma una cosa non cambia mai: l’esperienza e l’umanità che ogni tassista porta con sé

    “Sai qual è la verità? Un tempo conoscevi tutti, colleghi, clienti abituali, perfino le speaker della radio. Ora è tutto più freddo, più veloce. Ma quando chiudo la portiera e riparto per la prossima corsa, sento ancora quello che sentiva mio padre: il gusto della strada, la voglia di fare bene il mio lavoro. Perché alla fine, tassista non lo fai. Tassista, lo sei.”

    Questa è solo la prima parte del viaggio. Nel prossimo articolo “Tassisti a Milano: Ogni Corsa, una Nuova Storia”, entreremo ancora più nel vivo della storia di Fausto: scopriremo la sua formazione, i valori che lo guidano e gli episodi più incredibili vissuti dietro al volante. Quali sono le sfide di un tassista oggi? Come è cambiato il mestiere nel tempo? E quali storie si nascondono tra un tragitto e l’altro?.

    🚖 Non perderti la seconda parte di questa intervista e scopri cosa significa davvero essere Tassisti a Milano!

  • Medici in Prima Linea: Valori e Valore

    Medici in Prima Linea: Valori e Valore

    Medici in Prima Linea: Valori e Valore è un titolo che riassume il cuore di questa trilogia di interviste, dedicata alla vita professionale di Gianluca, medico di pronto soccorso, e ai valori che emergono dalle sue esperienze quotidiane. Nei due articoli precedenti abbiamo esplorato il ruolo del medico nella gestione delle emergenze e l’importanza del supporto umano in contesti critici.

    In questa terza intervista ci concentreremo sul periodo del Covid-19, una sfida senza precedenti che ha messo alla prova non solo la preparazione tecnica dei medici in prima linea, ma anche la loro capacità di resistere emotivamente, dimostrando Valori fondamentali come il coraggio e l’empatia.

    Il periodo del Covid-19

    Quei mesi sono trascorsi come se fossero un unico, lungo giorno. Parlo dei primi quattro o cinque mesi, in particolare della prima ondata. Lavoravo a San Donato, una delle prime zone colpite in Italia, paragonabile a Codogno e Lodi. Eravamo già in prima linea prima ancora del lockdown. Ricordo la fatica immane: camminavamo tra i sacchi neri contenenti i corpi delle persone decedute, che venivano lasciati momentaneamente al pronto soccorso. Era surreale e devastante.

    esperienze sul campo…

    Una delle esperienze che più mi ha colpito è stata comunicare la morte ai familiari senza poter dare loro la possibilità di vedere i propri cari un’ultima volta.

    Una donna, il cui padre era un ex infermiere in pensione, mi ha ringraziato per la delicatezza con cui le ho dato la notizia della morte. Mi disse: “Non so come fate voi, ma il modo in cui mi ha comunicato la perdita di mio padre è stato di grande conforto per noi”. Ancora oggi mi chiama ogni tanto per sapere come sto.

    Un altro momento significativo è stato quello legato a un amico medico, gravemente malato di polmonite. Non voleva venire in ospedale per paura di finire in rianimazione. Io e una collega di chirurgia siamo andati a prenderlo forzatamente, convinti che se non lo avessimo fatto, sarebbe morto. È stato un periodo in cui ho visto la paura negli occhi di molti colleghi, medici e infermieri, abituati a curare ma timorosi di diventare essi stessi pazienti.

    Medici in Prima Linea Valori e Valore - Gianluca Macario
    Medici in Prima Linea Valori e Valore – Gianluca Macario – Periodo Covid-19

    L’aspetto della Morte: Valori e Valore

    Il mio rapporto con la morte non è mai cambiato. Ogni volta che un paziente muore, mi prendo un momento per rivolgermi al defunto, quasi a rendergli omaggio. Non importa se ci sono parenti presenti o se il paziente è solo: io sento il bisogno di farlo comunque. Quando ci sono familiari, se li vedo particolarmente sofferenti, cerco di offrire loro conforto; se invece li percepisco distanti o freddi, continuo comunque a sentire il peso della perdita di un essere un umano.

    Una volta ho assistito un uomo solo, un ex batterista che aveva suonato per un famoso cantante italiano agli inizi della sua carriera. Era in fin di vita, senza parenti accanto. L’ho seguito per ore, ascoltando la sua storia. A un certo punto, senza che io gli avessi detto nulla di me, mi ha chiesto: “Ma lei è un musicista?”. Rimasi sorpreso e gli chiesi come avesse fatto a capirlo. Mi rispose che era evidente dal modo in cui mi relazionavo con lui. Alla fine, quella notte morì, e io rimasi segnato profondamente da quella esperienza.

    riflessione di Valori e Valore…

    Non è vero che ci si abitua alla morte. Ho colleghi bravissimi dal punto di vista tecnico, ma che si sono lasciati consumare da questa professione e hanno perso dei Valori e Valore. Sono diventati freddi, distaccati, forse per proteggersi dal dolore. Io credo invece che mantenere l’umanità sia fondamentale, anche se richiede grande forza. Ogni giorno è una sfida, e bisogna avere il coraggio di rinnovare continuamente questa scelta.

    Medici in Prima Linea Valori e Valore uno sguardo
    Medici in Prima Linea Valori e Valore: uno sguardo umano

    Non ho paura di mostrare le mie emozioni. Quando una storia mi colpisce particolarmente, non esito a ritirarmi per qualche minuto, magari in bagno, per lasciarmi andare alle lacrime. Non è debolezza, è il mio modo di restare umano in un lavoro che potrebbe facilmente portarti a perdere te stesso.

    Credo che il compito del medico non sia solo curare, ma anche esserci. A volte non servono parole, basta la presenza, il far sentire che non sei solo in quel momento. È un equilibrio difficile, ma è quello che rende questa professione così preziosa e unica, ricca di Valori e Valore.

    Il Futuro del Pronto Soccorso

    Il futuro del pronto soccorso? Lo vedo complesso, ma inevitabilmente centrale nel sistema sanitario. Stiamo affrontando una carenza cronica di medici di base, che sovraccarica le strutture di emergenza. Questa situazione non riguarda solo l’Italia: è un problema internazionale. Molti paesi stanno cercando di attrarre medici dall’estero, ma la barriera linguistica rappresenta una difficoltà enorme. Il nostro lavoro richiede competenza, ma anche comunicazione efficace con i pazienti. Lo spagnolo o il portoghese possono imparare l’italiano velocemente, ma altre nazionalità faticano ad adattarsi al contesto linguistico e culturale.

    Un tempo, il medico del pronto soccorso era visto come un ripiego, quasi una figura di serie B, per chi non riusciva a specializzarsi. Oggi, la realtà è completamente diversa: siamo diventati centrali, una sorta di trait d’union tra il paziente e le diverse specialità. Il nostro compito è gestire il paziente fino a quando non subentra uno specialista, inquadrando il caso e fornendo il primo intervento cruciale.

    il futuro…

    In futuro, vedo un pronto soccorso sempre più strategico. Dobbiamo essere un po’ medici di base, un po’ medici d’urgenza, e anche consulenti clinici. La nostra funzione è diventata quella di un filtro, evitando che lo specialista venga chiamato inutilmente. Un tempo, questo ruolo era svolto dai medici di famiglia, che oggi sono sempre meno.

    Dobbiamo accettare che per almeno un decennio questa carenza non sarà risolta. La formazione di nuovi medici richiede tempo, e nel frattempo toccherà a noi reggere il peso di questa situazione. È fondamentale che il nostro ruolo venga riconosciuto e valorizzato, perché siamo noi i primi a fare la differenza quando un paziente varca la soglia del pronto soccorso.

    E non è solo una questione tecnica: è una questione di umanità, di Valori e Valore della Persona. Come mi diceva un mio vecchio maestro: “il Medico del Pronto Soccorso non è una figura di ripiego, ma il cuore pulsante dell’intero sistema sanitario.” Oggi quel pensiero si sta realizzando, e il nostro lavoro non è mai stato così prezioso.

    Valori e Valore per i Giovani Medici

    Non saprei cosa dirgli, se non di chiedere a se stesso il motivo per cui vuole farlo. Se riesce a rispondere sinceramente, allora è già sulla strada giusta. Questo lavoro richiede passione, determinazione e una forte capacità di resistenza, sia fisica che emotiva. Non basta essere bravi tecnicamente: bisogna essere pronti a entrare in empatia con il paziente e con i suoi familiari, a gestire momenti di altissima tensione senza perdere lucidità.

    Nel corso degli anni, molti giovani medici mi hanno chiesto come sia il mio lavoro. Parlando con me, alcuni di loro si sono appassionati e hanno deciso di seguire questa strada. Credo molto nel valore della comunità e della condivisione delle esperienze: per questo ho creato un gruppo dedicato ai giovani medici di pronto soccorso che si chiama: ANMOS. Ci confrontiamo, ci sosteniamo a vicenda e lavoriamo per migliorare costantemente le nostre competenze.

    Un aspetto fondamentale che consiglio a tutti è di non isolarsi mai. Questo mestiere può logorarti se non trovi un equilibrio e non condividi il peso emotivo con qualcuno. Io stesso, periodicamente, parlo con uno psicologo: è un modo per non farmi consumare dal lavoro e continuare a svolgerlo al meglio.

    In definitiva, il mio consiglio è questo: se senti di voler fare il medico di pronto soccorso, fallo con tutto te stesso, ma ricordati che non sei solo. Cerca il supporto dei colleghi, delle persone care e, soprattutto, non smettere mai di chiederti perché hai scelto questa strada. La risposta ti guiderà anche nei momenti più difficili.

    Ritrovare il Valore e i Valori attraverso la Narrazione

    “Mi ha fatto molto bene. Non è stato solo un racconto, ma una revisione, quasi una catarsi. Hai saputo farmi le domande giuste, costruendo un percorso che ha dato ordine ai miei pensieri. Mi sono ritrovato in questa narrazione, e credo che un giorno potrei scrivere una Biografia Pedagogica della mia vita professionale. Raccontare la propria storia è terapeutico. Oggi ho rivissuto momenti importanti, ma sempre con uno sguardo rivolto al futuro”.

    La forza di un’intervista come questa sta proprio nella sua capacità di far emergere i Valori ed il Valore della persona, anche quelli più profondi. Ogni narrazione è un viaggio, e in un’ora si può scoprire tanto di sé, ritrovando significato e nuove consapevolezze. Questo è il potere delle Biografie Pedagogiche: tra un colloquio e l’altro c’è un momento di riflessione, di backtalk, dove le persone entrano in contatto con ciò che hanno detto, con la loro storia e con il Senso del loro Vissuto.

    Se vuoi vivere un’esperienza simile, scrivere la tua biografia o Iniziare un percorso di narrazione personale, Contattami per un colloquio-intervista. Raccontare è un modo per Ritrovarsi e per Lasciare un Segno.

    #esperienzanarrata di Maria Adelaide Macario
  • Empatia e Resilienza: Curo le Persone Ascoltando Me Stesso

    Empatia e Resilienza: Curo le Persone Ascoltando Me Stesso

    La vita di un medico di pronto soccorso è segnata da un continuo susseguirsi di sfide, situazioni critiche e incontri umani che lasciano un segno indelebile. “Empatia e Resilienza: Curo le Persone Ascoltando Me Stesso” non è solo un titolo, ma una filosofia che Gianluca, medico di pronto soccorso, incarna ogni giorno nel suo lavoro. Questo articolo si collega al precedente, “Coraggio e Umanità: da manager a Medico d’urgenza”, in cui abbiamo iniziato a conoscere il suo straordinario percorso di vita. Attraverso le sue parole, ora esploriamo più a fondo la sua esperienza, fatta di emozioni, dedizione e resilienza, per riflettere sull’importanza dell’empatia e del rapporto umano nel contesto sanitario.

    Empatia e Resilienza: le Relazioni con i Pazienti

    Il nostro compito è accogliere le persone nel momento della sofferenza, non soltanto trattare la patologia. Spesso, il paziente arriva con un dolore senza una spiegazione organica evidente, ma questo non significa che la sua sofferenza sia meno reale. C’è una grande differenza tra curare una malattia e prendersi cura di una persona: il medico che si focalizza solo sull’organo può essere un ottimo specialista, ma rischia di perdere di vista il paziente e le sue necessità.

    Non possiamo squalificare un paziente solo perché non rientra nei criteri di un’urgenza immediata. Dobbiamo accogliere la sofferenza nella sua totalità, che sia fisica o psicologica. Tutti i pazienti meritano rispetto e comprensione. Il nostro lavoro non è giudicare, ma offrire aiuto nel momento di massima fragilità.

    Anni fa imparai un concetto importante dai ricercatori statunitensi David C. Slawson e Allen Shaughnessy: il ‘Patient-Oriented Evidence’ (POE) contrapposto al ‘Disease-Oriented Evidence’ (DOE). Il DOE si concentra sui parametri clinici e sui meccanismi della malattia, mentre il POE riguarda ciò che conta davvero per il paziente, come la qualità della vita e la sopravvivenza. Questo approccio aiuta a mantenere il focus sul paziente, anche quando ci si concentra sulla patologia. Il rischio è proprio quello: diventare bravissimi tecnici, ma dimenticare di trattare il paziente nel suo insieme.

    Quando mi trovo di fronte a pazienti in stato di agitazione per abuso di sostanze o con disturbi psichiatrici, li accolgo per quello che stanno vivendo. Non è semplice, soprattutto in pronto soccorso, dove i ritmi sono serrati e la pressione è alta. Mantenere un atteggiamento rispettoso è fondamentale.

    Empatia come Strumento Professionale

    L’empatia è fondamentale. Se mentre stai lavorando su un caso arriva l’infermiere/a che ti dice, ‘Guardi, il parente richiede un’informazione’, devi trovare il modo di prenderti un momento e uscire a parlare con quel parente. Altrimenti lui, continuerà ad agitarsi, e basta poco per calmarlo. Anche solo dire: ‘Guardi, è stabile. Poi vengo a informarla’ lo fa stare tranquillo.

    “Se invece lo lasci lì, quella tensione cresce, e in sala d’aspetto rischia di esplodere. Basta poco, un momento per dire: ‘Guardi, posso capirla, sto seguendo suo figlio, sto seguendo suo padre’, e già si tranquillizzano. Questa è empatia.

    Empatia e Resilienza: Insegnamenti dai Pazienti

    Sì, molte volte. Ogni paziente ha una storia che può insegnare qualcosa, anche attraverso una critica costruttiva. Mi ricordo una volta, era inverno, in pieno periodo Covid. Dopo un turno notturno sono entrato in un bar. Il barista mi ha riconosciuto e mi ha mostrato il dito che gli avevo ricostruito. Ricordava perfettamente quel momento e mi ha ringraziato. Sono attimi come questi che danno senso al nostro lavoro.

    In ogni situazione, anche nei contesti più difficili come durante il Covid, sono emersi momenti che ci hanno fatto capire quanto l’empatia sia fondamentale nel percorso del medico. Un semplice gesto, un intervento riuscito, possono lasciare un segno indelebile nelle vite dei pazienti, ma anche in quella del medico stesso. Questi insegnamenti, che arrivano spesso in modo inatteso, rafforzano la resilienza necessaria per affrontare il continuo susseguirsi di sfide nel pronto soccorso.

    La Resilienza del Medico Gianluca

    Fisicamente mangio bene e faccio esercizio. Alcune volte di più, alcune volte di meno, ma sempre. Quando facevo Tai Chi con mia figlia, Ilaria e suo marito Eugenio, era molto meglio. Era bello farlo insieme al mattino, poi ho smesso di praticarlo regolarmente, ma adesso vorrei riprendere. La strategia è muoversi, mangiare bene, idratarsi e stare in un ambiente positivo.

    Dal punto di vista emotivo, ho i miei figli. Loro sono la mia linfa vitale. Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto siano fondamentali per la mia forza interiore. Non li ho mai abbandonati, sono sempre stati la mia priorità, anche durante i periodi più impegnativi della mia carriera.

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    Tai-chi Ascoltando di Me Stesso

    Empatia e Resilienza: Motivazione e Passione

    Ho iniziato come ricercatore, non medico, ma studioso di medicina, prestato alla medicina con dei risultati incredibili in campo farmacologico. Questa esperienza mi ha dato un metodo di studio che mi accompagna ancora oggi. Ho avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Silvio Garattini e Alessandro Nobili, che mi hanno insegnato tantissimo. Poi c’è stata l’esperienza da nutrizionista, con un’idea originale sulla Piramide Calorica che è ancora in stand by, ma spero possa diventare la chicca della mia carriera.”

    E la passione, perché questo lavoro è bellissimo. Essere medico di pronto soccorso è un lavoro spesso squalificato da tutti. Non sei né carne né pesce: gli specialisti ti vedono così. Ma la realtà è che, se lo fai bene, anche loro te lo riconoscono e vengono a cercarti. Per cui, nonostante le difficoltà e la pressione, non riesco a farne a meno. Questo è il mio posto, e continuerò a farlo finché potrò. Ora si può lavorare fino a settant’anni, io ne farò 60 fra qualche giorno e so che continuerò ancora per un bel po’!

    Empatia e Resilienza in Prima Linea

    Attraverso il racconto di Gianluca, emerge un quadro autentico e toccante del mondo del pronto soccorso, dove la tecnica medica si intreccia con l’umanità, e l’empatia diventa una competenza imprescindibile. La sua storia è un inno al coraggio, alla empatia e resilienza e alla capacità di vedere oltre la patologia per prendersi cura della persona nella sua interezza.

    Nel prossimo e ultimo articolo ci concentreremo sul periodo Covid, un momento che ha messo a dura prova la capacità di resistere e di prendersi cura degli altri, spingendo i medici oltre ogni limite umano.

    Alla fine, quello che resta davvero è quanto hai saputo ascoltare, capire e accogliere nel momento del bisogno.

    Gianluca Macario
  • Coraggio e Umanità: da Manager a Medico d’Urgenza

    Coraggio e Umanità: da Manager a Medico d’Urgenza

    Da Manager a Medico d'Urgenza Gianluca Macario

    Coraggio e umanità sono le parole chiave di questa intervista a mio fratello Gianluca. È medico di pronto soccorso da oltre 13 anni. Questo articolo è il primo di tre parti. Racconta una storia complessa, suddivisa in sei argomenti con domande mirate.

    Come intervista a nostra madre, emerge il legame familiare. Questo arricchisce il dialogo e mantiene una prospettiva professionale. L’obiettivo è dare voce a storie di vita significative. Raccontare esperienze preziose, anche se i protagonisti non sono celebri.

    Ognuno di noi porta con sé scelte e vissuti difficili. Questi possono ispirare e creare connessioni emotive profonde. Questi racconti valorizzano il potenziale umano. Ogni persona ha qualcosa di valore da comunicare, anche attraverso momenti difficili.

    Chi è Gianluca Macario: Coraggio e Umanità

    Ho iniziato tardi il mio percorso in medicina, a quarant’anni. Prima ero dirigente aziendale e nutrizionista. Nonostante il successo, sentivo che mancava qualcosa. La nutrizione si basa su conoscenze mediche, ma non affronta patologie come ipertensione, diabete o infarto. Mi sono chiesto: “Perché non sfruttare la laurea in medicina per fare di più?”

    La svolta è arrivata con un evento tragico. Mentre lavoravo come medico di guardia a Turate, mi trovai coinvolto in un incidente in moto. Un ciclista perse la vita. Anche se non avevo colpa, quell’episodio mi segnò profondamente. Ero impossibilitato a soccorrerlo e la dottoressa del 118 mi confermò che il trauma era troppo grave. Da quel momento decisi di diventare un medico d’urgenza.

    Nei due anni successivi affinai la mia capacità di gestire le emergenze. Imparai a valutare, trattare e monitorare i pazienti senza inviarli subito in pronto soccorso. Questo approccio attirò l’attenzione della direzione sanitaria di Como, che riconobbe il mio modo di inquadrare le situazioni cliniche.

    Poi, una mia amica, direttrice sanitaria a San Donato, mi propose un’opportunità. Anche se avevo timori, accettai. Quei due anni di esperienza e il ricordo di non aver potuto agire in passato mi portarono a questa scelta. La medicina d’urgenza è diventata il mio modo di essere medico. Unire esperienza, preparazione e prontezza mi ha dato la consapevolezza di poter affrontare qualsiasi emergenza.

    Coraggio e Umanità in un Campo di Battaglia

    Un campo di battaglia. Sebbene sia contrario alla guerra, questa immagine rende bene l’idea del lavoro al pronto soccorso. Ogni giorno affrontiamo situazioni caotiche, spesso disperate, dove i pazienti portano con sé le conseguenze di una guerra personale: contro una malattia, un incidente, o anche contro la propria fragilità. Noi medici siamo lì, senza armi, ma con tutto ciò che serve per salvare e difendere la vita. È questo che ci distingue dai soldati: loro distruggono, noi preserviamo. Durante il Covid, questo aspetto è stato ancora più evidente. Eravamo davvero in prima linea, raccogliendo i cocci, ma sempre con l’obiettivo di proteggere ciò che conta di più, la vita.

    La Prima Notte in Pronto Soccorso: Vissuto ed Emozioni

    La mia prima esperienza in pronto soccorso è stata indimenticabile, un vortice di emozioni e sfide inaspettate. Durante un corso di psicoterapia, ci chiesero di raccontare un evento significativo della nostra carriera. Non ebbi dubbi: il mio primo turno in pronto soccorso rappresentava perfettamente la miscela di paura, eccitazione e incertezza che avevo provato.

    Ricordo che per un disguido, mi assegnarono un turno notturno anziché di giorno. Di giorno hai sempre il supporto dei colleghi, ma di notte sei solo. Non c’è un radiologo presente, i colleghi sono reperibili ma lontani. Ogni decisione pesa sulle tue spalle. L’ansia era tangibile, ma insieme ad essa avvertivo una strana energia che mi spingeva avanti.

    La mia fortuna fu incontrare un’infermiera straordinaria, una donna rumena con un’esperienza incredibile. Si era formata in una scuola infermieristica di altissimo livello. Mi prese per mano e disse: “Dottore, non si preoccupi. Segua le mie indicazioni e andrà tutto bene.” La sua calma e sicurezza furono un’ancora per me. Mi guidò non solo nelle procedure tecniche, ma anche nel mantenere la lucidità in un ambiente frenetico.

    Il mio background informatico e aziendale fu un altro vantaggio. Grazie a queste competenze, imparai subito a usare i software gestionali del pronto soccorso. Questo mi permise di ridurre il tempo dedicato alla burocrazia e concentrarmi sui pazienti.

    Quella notte non fu particolarmente impegnativa a livello clinico, ma lo fu emotivamente. Ogni paziente che arrivava mi ricordava l’importanza del mio ruolo. Ogni decisione era carica di responsabilità. La lezione più grande che porto con me è il Valore della collaborazione. Quell’infermiera è diventata una mia amica e ancora oggi ci sentiamo. Mi ha insegnato che in pronto soccorso non si lavora mai da soli. La fiducia e il sostegno del team sono fondamentali.

    La mia prima notte è stata una lezione di Coraggio e Umanità. Il pronto soccorso non è solo un luogo dove si salvano vite. È un posto dove si costruiscono legami profondi e indissolubili.

    Coraggio e Umanità: Da Manager a Medico D'Urgenza -Gianluca Macario
    Coraggio e Umanità: Da Manager a Medico D’Urgenza -Gianluca Macario

    Valore dell’Esperienza v/s Titoli Accademici

    La sfida più grande? Confrontarmi con un mondo accademico che valorizza i titoli più dell’esperienza pratica. Mi sono laureato a 40 anni, mentre molti colleghi completano il percorso a 26. Hanno specializzazioni e master, un vantaggio che ho colmato con la pratica. Ho recuperato con una velocità che definirei straordinaria.

    Prima della laurea, avevo già esperienze significative. Ho collaborato con ambienti iper-scientifici come Micromedexe pubblicato articoli su riviste internazionali, tra cui il British Medical Journal. Una di queste pubblicazioni è diventata la mia tesi. Queste esperienze hanno rafforzato la mia base teorica, ma non hanno cancellato quel senso di inferiorità verso chi aveva seguito un percorso accademico tradizionale.

    Entrando in pronto soccorso, ho sentito il peso di questo pregiudizio. Alcuni datori di lavoro vedevano la mia età come una debolezza, come se l’esperienza valesse meno di un titolo. Ma ho scelto di rispondere con i fatti. Negli anni ho trattato migliaia di pazienti, affinando la capacità di valutare e gestire le emergenze con efficacia.

    La pratica quotidiana mi ha insegnato che la competenza non si misura solo con i titoli. Conta la capacità di affrontare ogni situazione con lucidità e responsabilità. A volte il confronto con i giovani specialisti è stato una sfida, ma molti di loro hanno riconosciuto il valore della mia esperienza. Hanno scelto di confrontarsi con me per arricchire la loro formazione. Questo è il riconoscimento più grande, quello che ripaga ogni sforzo.

    Alla fine, la medicina è fatta di preparazione, dedizione e risultati concreti. Ed è questo che porto con me, ogni giorno, nel mio lavoro.

    Coraggio e Umanità: La Verità Narrativa di Gianluca

    Questo primo capitolo dell’intervista, “Coraggio e Umanità: da Manager a Medico d’Urgenza”, ci ha guidato attraverso le scelte e i momenti iniziali che hanno plasmato il percorso di Gianluca. La sua storia è una testimonianza di Coraggio nel reinventarsi e di Umanità nell’affrontare ogni giorno il pronto soccorso con dedizione e passione.

    Per raccontarla, ho adottato il metodo delle Biografie Pedagogiche, basato su un ascolto attivo e una trascrizione fedele delle parole dell’intervistato, senza interpretazione. Questo approccio rispetta e valorizza la Verità Narrativa, quel sapere personale e condiviso che attraversa il tempo, preserva la memoria e l’autenticità delle esperienze umane.

    Nel prossimo capitolo esploreremo le difficoltà e le sfide che Gianluca ha affrontato, scoprendo come ha saputo trovare equilibrio tra empatia, resilienza e pragmatismo.

    Non perdere il seguito di questa storia di Coraggio e Umanità, che ti emozionerà e ispirerà.

  • 2024: Narrazioni e Innovazione – 2025: Valori e Mission

    2024: Narrazioni e Innovazione – 2025: Valori e Mission

    2024: Narrazioni e Innovazione – 2025: Valori e Mission è un viaggio emozionale e professionale del trascorso anno. tra crescita personale e nuove sfide.

    Scopri i miei progetti ambiziosi e gli obiettivi per il 2025, dove ho messo al Centro il “Valore delle Persone”.

    2024: Trasformazioni Professionali e Innovazione

    Grazie al supporto della coach Ilaria Bertolasi, psicologa del BeMore Program —un percorso di formazione continua ideato da Luca Mazzucchelli— ho trovato il coraggio di reinventarmi. Questo lavoro di introspezione mi ha aiutato a riorganizzare i miei obiettivi e a intraprendere nuove direzioni.

    Un momento cruciale del percorso è stato il lavoro sul sito web, “Esperienzanarrata”. A partire da Giugno 2024, con il prezioso supporto di David Fusi, ho iniziato un processo di revisione e riorganizzazione delle sezioni, integrando strumenti tecnici, come l’e-commerce. Ogni pagina rappresenta un riflesso della mia mission e un ponte diretto tra il mio mondo interiore e il pubblico, uno strumento essenziale per comunicare i miei Valori.

    Cosa ho creato?

    • Biografie Pedagogiche: raccolgo memorie di vita per trasformarle in narrazioni che restituiscano valore e identità.
    • Pedagogista in Casa: un servizio pensato per supportare famiglie nel loro contesto quotidiano, creando armonia e crescita condivisa.
    • Pedagogista Digitale: uno spazio innovativo per accompagnare giovani e famiglie nell’apprendimento attraverso strumenti digitali e metodologie educative.

    Questi progetti, ma rappresentano le fondamenta del mio lavoro, un’espressione concreta della visione di dare “Valore alle Persone in ogni Fase della Vita”.

    2024: Narrazioni, Osservazioni e Scelte

    Il 2024 è stato un anno intenso, denso di narrazioni e trasformazioni. Un crocevia di esperienze che mi ha portata a riflettere, riorganizzare e orientarmi verso un percorso completamente nuovo. Ogni passo è stato guidato dalla mia missione: dare Valore alle Persone in ogni fase della loro Vita.

    Nei primi sei mesi dell’anno, ho lavorato come assistente nell’educativa scolastica presso una scuola professionale. Questo ruolo mi ha permesso di entrare in contatto diretto con i bisogni dei giovani, spesso poco compresi dagli adulti che li circondano. Ho osservato ragazzi pieni di potenzialità, desiderosi di stimoli e di ascolto. Più che regole, cercano dialogo. Più che imposizioni, vogliono modelli di riferimento a cui ispirarsi.

    Queste riflessioni hanno segnato per me una svolta importante. Mi sono resa conto che era il momento di cambiare. Così, con entusiasmo, ho deciso di concludere il mio percorso come educatrice per intraprendere una nuova avventura professionale come libera professionista.

    2024: Alla Ricerca dei Valori

    In questo periodo di cambiamento, ho esplorato i Valori fondamentali che guidano la mia vita: Famiglia, Libertà, Creatività e Aiuto. Come suggerisce Luca Mazzucchelli, i valori non si trovano nella mente, ma nel cuore. Solo attraverso azioni che risvegliano le nostre emozioni più profonde possiamo davvero capire cosa ci accende dentro.

    Allo stesso tempo, ho riflettuto sulla mia “linea della vita”. Se ipotizzo di vivere fino a 85 anni, mi restano 25 anni, di cui solo 10 pienamente produttivi. Questo esercizio mi ha aiutata a mettere a fuoco ciò che conta davvero, allineando i miei obiettivi alla mia essenza più autentica.

    2024: Narrazioni Personali e Professionali

    La mia vita personale ha nutrito queste narrazioni e questa spinta all’innovazione. Mio nipotino Edoardo, con la sua energia contagiosa, è stato una fonte inesauribile di ispirazione. Ridere e giocare con lui, infatti, ha reso più leggeri i momenti complessi, permettendomi di osservare con occhi nuovi il valore della spontaneità e della scoperta.

    Allo stesso tempo, ho avuto il privilegio di lavorare con una bambina tunisina, attualmente in seconda elementare. Sebbene due ore alla settimana possano sembrare poche, si sono rivelate un momento magico. Quando abbiamo iniziato, non sapeva leggere né scrivere; oggi, invece, grazie al nostro lavoro insieme, è diventata più organizzata e sicura di sé. Il suo sorriso racconta una crescita che va ben oltre il semplice apprendimento: sta scoprendo il mondo con fiducia.

    Questo percorso è stato possibile anche grazie ai suoi genitori, persone accudenti e consapevoli, che hanno riconosciuto il valore di un supporto educativo per favorire l’integrazione e lo sviluppo armonioso della loro famiglia.

    Proprio esperienze come questa mi hanno portata a riflettere ancora di più sull’importanza della figura della Pedagogista in Casa. Un sostegno continuativo e personalizzato, infatti, potrebbe fare la differenza per molte famiglie, offrendo un punto di riferimento concreto nella crescita dei loro figli.

    Obiettivi 2025: Valori e Mission

    Il 2025 sarà il momento di consolidare e ampliare il mio lavoro. I miei obiettivi principali sono:

    • Espandere il Network Professionale. Creare una rete di professionisti che condividano la mia missione, valorizzando la collaborazione.
    • Scrivere e Raccontare Storie. Pubblicare un articolo al mese. Inaugurerò questa rubrica e l’anno 2025 con l’intervista a un medico di pronto soccorso, perché credo che le storie ci uniscano e ci ispirino.
    • Diffondere le Biografie Pedagogiche. Portare il progetto nelle RSA e nei piccoli comuni, per valorizzare le memorie storiche e culturali che possano diventare patrimonio condiviso. L’obiettivo è valorizzare ogni vita, trasformandola in una narrazione che resista al tempo.
    • Organizzare Eventi e Corsi. Sensibilizzare i professionisti sull’importanza della narrazione personale come strumento di educazione e crescita.
    • Formarmi e Crescere. Approfondire competenze fi comunicazione digitale, di copywriting e l’advertising. con il corso CopyMastery con Marketers . La curiosità è il motore della mia crescita, e sono determinata a non smettere mai di imparare.
    • Proseguire con il progetto: “Padri in Primo Piano”. Raccogliere storie di padri, con l’obiettivo di trasformarle in un libro entro la fine del 2026 che racconterà il ruolo paterno con autenticità e profondità.

    Conclusione

    “Ridare Valore alle Persone in ogni Fase della Vita” non è solo uno slogan, ma il centro del mio Essere al Mondo”.

    Ogni passo che compio è guidato da questa visione, e ogni progetto è un tassello di un mosaico più grande.

    Mi rivolgo a Te che leggi:

    Che tu sia un Professionista, Genitore, o semplicemente una Persona curiosa, unisciti a me in questo viaggio.

    Condividiamo esperienze, creiamo connessioni e costruiamo insieme un futuro dove ogni vita abbia il valore che merita.

    2024, Narrazioni e Innovazione – 2025, Mission e Valori

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  • Ascoltando la Voce degli Anni

    Ascoltando la Voce degli Anni

    Ascoltando la Voce degli Anni: Augusta e Adelaide

    Un’intervista che custodisce Memorie Familiari e racconta il Valore della Vecchiaia

    Ascoltando la Voce degli Anni è La Voce di Mia Madre, Augusta, che da dieci anni, vive in una RSA. È una tranquilla domenica pomeriggio, e sedute nella sua stanza ci siamo trovate a parlare della sua vita, dei suoi pensieri e delle sue emozioni.

    Questa volta, però, non è stata una semplice conversazione tra madre e figlia. Le ho proposto un’intervista intitolata “Ascoltando la Voce degli Anni”, un’occasione in cui, come Pedagogista Digitale esperta in Biografie Pedagogiche, ho voluto raccogliere le sue parole nella loro autenticità.

    “Ascoltando la Voce degli Anni” non è solo un gesto d’amore filiale, ma un modo per dare Valore alla sua Voce, dimostrando quanto sia fondamentale ascoltare gli Anziani, rispettarli e preservare le loro Narrazioni. Ogni Memoria Familiare è una traccia preziosa, ogni esperienza personale un dono per chi verrà dopo.

    Questa testimonianza, però, è diversa: non è una Biografia Pedagogica privata, custodita tra l’anziano e la sua famiglia, ma una riflessione universale sul significato della vecchiaia, sulla libertà e sulla necessità di sentirsi riconosciuti.

    Noi Figli, Caregiver o semplicemente Persone vicine agli Anziani, pensiamo spesso di conoscere i loro pensieri, ma quando ci fermiamo ad ascoltarli davvero, scopriamo emozioni, ricordi e verità nascoste che mai avremmo immaginato.

    È un invito a tutti: “Ascoltare la Voce degli Anni” perché le narrazioni dei nostri cari non sono solo Passato, ma Finestre aperte su Mondi ricchi di Significato.

    “Ascoltando la Voce degli Anni”: struttura dell’Articolo

    In questo articolo ho voluto mantenere la struttura di una conversazione intima tra Augusta, mia madre anziana, e me, sua figlia, biografa e pedagogista. L’intervista si articola in sei domande che danno voce ai pensieri, alle emozioni e ai ricordi di una vita ricca di esperienze.

    L’obiettivo è permettere al lettore di entrare idealmente nella stanza con noi, di sedersi accanto e di ascoltare, come se fosse presente. Ogni domanda esplora un aspetto diverso della vita di Augusta, rivelando sfumature che spesso restano celate nei silenzi degli anziani.

    Le risposte svelano paesaggi interiori fatti di Memorie, desideri e riflessioni che invitano a una comprensione più profonda e umana.

    L’Intervista: “Ascoltando la Voce degli Anni”

    Il Racconto di Sé, Tra Caos e Serenità Azzurra

    Domanda: “Se dovessi dipingere la tua vita con una sola immagine, quale sceglieresti?

    La vita di Augusta viene descritta attraverso un’immagine e un colore che racchiudono ricordi, sogni e frammenti di esistenza.

    Augusta: La dipingerei come un intreccio a forma di caos. Tante esperienze, alcune iniziate e poi interrotte, altre portate a termine con soddisfazione. È stato un percorso complesso, a volte disordinato, pieno di significato. E se devo darle un colore, sarebbe l’azzurro.

    Biografa: E perché l’Azzurro?

    Augusta: L’azzurro mi fa respirare, mi dà l’idea di volare. È il colore della pace, della luce, e mi ricorda i pomeriggi al Selvaggio. Dopo pranzo, quando voi sei bambini facevate il riposino — una regola per permettermi di riprendere fiato — andavo in balcone. Mi sedevo sulla sedia a sdraio e guardavo il cielo immenso, limpido, che sembrava non finire mai. Gli alberi, il vento… e il silenzio che parlava. Anche il vento lo vedo azzurro. Era il mio momento di pace.

    Biografa: E quei momenti al Selvaggio? Che significato hanno avuto per te e per la nostra famiglia?

    Augusta: Quella casa era speciale. Ci ha permesso di stare insieme e di godere della natura, della libertà. Ogni estate, ogni vacanza di Natale o Pasqua, era come entrare in un altro mondo. Semplice, ma pieno di vita. Per me era quiete, per voi bambini gioia pura. Ognuno aveva il suo spazio, il suo ritmo. La casa ci accoglieva con le sue stanze piene di risate e serenità.

    Biografa: È bello sentire che anche tu, come noi, ricordi quel posto come un luogo di libertà e felicità.

    Augusta: Sì, perché lo era davvero. C’erano i colori, il vento, gli alberi. Era semplice, ma ci faceva sentire liberi. E quei ricordi sono rimasti azzurri, come il cielo.

    Ascoltando la Voce degli Anni: Azzurro di Augusta
    Ascoltando la Voce degli Anni: Azzurro di Augusta

    Quiete dell’Anima: Libertà Dopo una Vita di Doveri

    Domanda: “Quali sono le sensazioni che ti accompagnano in questo momento della tua vita?”

    Una riflessione sulle sensazioni attuali, sulla pace interiore e sulla libertà ritrovata dopo anni di doveri.

    Augusta: Le sensazioni sono di quiete. Di riposo. Sento che sono vicina alla fine, ma non mi spaventa. Mi preoccupa solo il momento del passaggio, ma il dopo no. Penso spesso che starò meglio quando sarò dall’altra parte. Qui mi sento in pace, capisci? È una sensazione nuova, una leggerezza che non conoscevo. La vita è stata quella che è stata, e ora mi sento libera. Ho sempre vissuto nel dovere: dovevo fare, parlare, stare in silenzio. Sempre quel ‘devi’. Ora non ci sono più doveri, ed è una libertà che non avevo mai provato.

    Biografa: Sembra una pace conquistata dopo tanto tempo. Ma come sei arrivata a questa libertà?

    Augusta: Dopo una vita di doveri! Nessuno mi obbligava, ero io a pensarla così. Credevo fosse il mio dovere di madre, di moglie, di donna. Non me ne lamentavo, era semplicemente la mia vita. Ma ora è diverso. Se voglio svegliarmi alle cinque, mi sveglio. Se voglio dormire, dormo. Nessuno mi dice ‘devi’. È una leggerezza nuova e mi fa stare bene, come se mi fossi tolta un peso.

    Biografa: E qui, nella tua stanza, ti senti ancora libera?

    Augusta: Sì, questa stanza è il mio rifugio. È qui che sono tranquilla. Fuori, nel corridoio o in sala da pranzo, ci sono persone che si lamentano e piangono. Non capisco come si possa essere tristi a quest’età. A 88 anni, la vita è andata. E ora cosa fai, piangi? No, non ha senso. Mi godo questa pace, sento che è mia, che me la sono guadagnata.

    Biografa: Ci sono emozioni o pensieri che tornano spesso nella tua mente, in questi momenti di quiete?

    Augusta: Ogni tanto penso al passato, ai miei figli, alle esperienze vissute. Ma non c’è più il peso di una volta. Ogni momento è diverso, ma la sensazione più forte è quella del riposo. La libertà e il riposo. Qui il tempo sembra fermarsi, ma non è un vuoto. È un silenzio che parla, che mi racconta cose che prima non sentivo. Ora non c’è più il ‘dovevo’, c’è solo il ‘posso’. Posso essere me stessa. Posso non fare nulla senza sentirmi in colpa. È una pace che non avevo mai conosciuto.

    Il Significato del Tempo: Un Compagno Silenzioso

    Domanda: “Ora, cosa significa per te il tempo?”

    Il Tempo smette di essere una corsa e diventa un compagno silenzioso che scandisce il ritmo della quotidianità.

    Augusta: Il tempo, adesso, è un amico silenzioso. Non è più qualcosa da rincorrere o da temere. Cammina accanto a me, mi accompagna con calma. È rassicurante, perché non mi impone nulla. Scorre al mio ritmo, senza fretta, senza obblighi.

    Biografa: E pensi mai al passato, o il Tempo per te è solo quello che vivi ora?

    Augusta: Ogni tanto penso al passato, certo, ma senza rimpianti. Non è più un peso come prima. Ora il tempo è una voce gentile che mi sussurra: ‘Va bene così.’ Quando mi dicono: ‘Ma sei ancora giovane a 88 anni!’, io sorrido. So di non essere giovane, ma mi sento libera. È questa libertà che conta davvero. Non c’è più ansia, non c’è più fretta. Solo il tempo che mi appartiene e mi lascia essere me stessa.

    “Ascoltando la Voce degli Anni”: I Desideri Come Un Giardino Segreto

    Domanda: “Hai ancora sogni o desideri che coltivi?”

    Un viaggio nei desideri inespressi e nei lasciti emotivi che una madre vorrebbe offrire ai propri figli.

    Augusta: No, non ho più sogni. I sogni, come dice la parola, non sono concreti. E anche i desideri ormai non mi appartengono più. Sono contenta così. Non ho desideri particolari.

    Biografa: E raccontare la tua storia? Ti fa piacere sentirti ascoltata?

    Augusta: Sì, ma solo con voi figlie. Mi piace che conosciate ciò che ho vissuto: i sentimenti, le sofferenze, le gioie. Con voi è naturale aprirmi. Con i vostri fratelli è diverso. Non perché li ami di meno, sia chiaro. Li amo tantissimo, ma con loro il rapporto è più pratico, meno emotivo. Con voi c’è una sensibilità diversa che ci lega.

    Biografa: Quindi con noi figlie c’è una complicità speciale?

    Augusta: Sì, credo dipenda dal fatto che siamo donne. È una questione di sensibilità e di esperienze condivise. Ma questo non toglie nulla ai vostri fratelli. Con loro parlo di altre cose, e anche quel legame è unico a modo suo.

    Biografa: E cosa vorresti lasciare come ricordo a tutti noi?

    Augusta: Mi sarebbe piaciuto essere una madre più dolce, affettuosa. Non credo che questo sia il ricordo che avete di me. Penso che mi vediate come una madre forte, e va bene così. Ma quella dolcezza… è qualcosa che avrei voluto darvi di più.

    Biografa: Mamma, ognuno di noi ti vede per quello che sei stata, con le tue forze e le tue fragilità. Forse è proprio questo il dono più grande.

    Augusta: Sì, forse hai ragione. L’importante è che sappiate quanto vi amo tutti, ognuno in modo diverso, ma con la stessa intensità. Siete voi, tutti e sei, il centro della mia vita. Ognuno di voi ha un posto speciale nel mio cuore.

    “Ascoltando la Voce degli Anni”: Un Ritratto della Vita in RSA

    Domanda: “Se dovessi descrivere il tuo quotidiano qui, cosa racconteresti?”

    Piccole abitudini, gesti e consuetudini raccontano il ritmo delle giornate e il significato dei momenti vissuti.

    Augusta: La mia giornata inizia presto. Mi sveglio con calma e faccio colazione. Di solito la consumo in poltrona, come mi ha consigliato l’infermiera, ma se ne ho voglia, rimango a letto. Dopo colazione, mi lavo e mi preparo senza fretta. Se sono stanca, mi concedo un breve riposo: quindici minuti, a volte mezz’ora. La mattinata scorre tranquilla, con piccole attività che mi fanno stare bene.

    Biografa: E poi? Come prosegue la mattinata?

    Augusta: Di solito viene la dottoressa o il fisioterapista. Con il fisioterapista faccio una passeggiata nei corridoi: andata e ritorno, è la mia ginnastica quotidiana. Mi piace muovermi, anche se richiede un po’ di fatica. Poi arriva l’ora di pranzo. Mangio con calma e quindi torno in camera.

    Biografa: E il pomeriggio?

    Augusta: Dopo pranzo, faccio piccole cose, come lavare le posate. È un gesto semplice, ma mi dà un senso di ordine. Poi mi sdraio per riposare. Quando mi sveglio, leggo: ora sto leggendo un libro intitolato: “La Dama con L’ermellino” di Daniela Pizzagalli, sulla storia di Milano a fine Quattrocento, inizio Cinquecento . È interessante scoprire come vivevano i Milanesi tra tessuti preziosi e povertà. Nel pomeriggio ricevo spesso visite: una signora quasi centenaria e sua figlia vengono a trovarmi. Chiacchieriamo ed è un momento piacevole.

    Biografa: E la sera? Come vivi il momento del rientro nella tua stanza?

    Augusta: La sera sono stanca. Non vedo l’ora di andare a letto. Mi preparo, sistemo le mie cose e mi corico presto. È il momento in cui chiudo la giornata in pace, senza pensieri.

    Biografa: C’è qualcosa che vorresti cambiare della tua giornata?

    Augusta: No, non cambierei nulla. Forse il cibo potrebbe essere migliore, ma per il resto va tutto bene. Mi sento a mio agio e questo è l’importante.

    “Ascoltando la Voce degli Anni”: Un Messaggio per il Mondo di Oggi

    Domanda: “Come vorresti che il mondo vedesse le persone della tua età?”

    Una riflessione finale su come Augusta vorrebbe che la sua generazione fosse percepita dalla società contemporanea.

    Augusta: Non credo di avere grandi insegnamenti da dare. Vorrei solo che gli anziani fossero rispettati per quello che sono, senza essere trattati come un peso o una categoria a parte. La vecchiaia non è un’etichetta, è semplicemente un’altra fase della vita. Merita la stessa dignità e considerazione delle altre età. Siamo persone, con le nostre esperienze e i nostri pensieri. Rispettarci vuol dire riconoscere tutto ciò che abbiamo vissuto e tutto quello che siamo ancora.

    Ascoltando la Voce degli Anni: L'albero della Vita di Augusta
    Ascoltando la Voce degli Anni: L’albero della Vita di Augusta

    Conclusione “Ascoltando la Voce degli Anni”

    Le parole di mia madre sono semplici, ma racchiudono un messaggio potente: Libertà, Pace e Rispetto non dovrebbero essere concessioni, ma Diritti di ogni Persona, a qualsiasi età.

    “Ascoltando la Voce degli Anni” non è solo un gesto d’amore filiale, ma un invito a fermarsi e prestare attenzione. Ogni anziano custodisce una Storia unica, una voce che merita di essere accolta con Cura e Rispetto.

    Come Pedagogista-Biografa, il mio compito è dare Valore alle Persone, riportando alla luce ricordi e vissuti spesso nascosti. Come Figlia, sento la responsabilità di conservare questa memoria familiare, affinché resti viva per me e per chi verrà dopo.

    Questa esperienza può diventare un’opportunità anche per altre famiglie. Invito Figli e Caregiver a proporre ai propri genitori o nonni che vivono in RSA un’intervista “Ascoltando la Voce degli Anni”. Seguire il metodo delle Biografie Pedagogiche permette di raccogliere e preservare le Memorie Familiari, trasformandole in un manoscritto da custodire, tramandare e consegnare alle Famiglie.

  • Biografie Pedagogiche: Memorie Familiari di Valore

    Biografie Pedagogiche: Memorie Familiari di Valore

    Raccolta delle Memorie Familiari: Un Percorso Pedagogico per Anziani e Malati di Alzheimer

    Le memorie familiari raccolte nella Biografie Pedagogiche sono un patrimonio inestimabile, un filo invisibile che collega generazioni e dona senso alla nostra storia personale.

    Le Biografie Pedagogiche nascono proprio con questo intento: raccogliere e valorizzare le memorie, dando voce a chi, con il passare degli anni, rischia di essere dimenticato.

    Il mio percorso in questo ambito affonda le radici nella mia Laurea Specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa, intitolata:

    L’Architettura della Mente: Costruzione di un Percorso Narrativo e di Apprendimento Significativo in un caso di Alzheimer.

    Nel lontano 2007 condussi una ricerca di tre mesi presso il Centro Diurno Terapeutico “Filo d’Arianna” di Pro Senectute, a Balerna (CH), dove raccolsi le memorie familiari di anziani affetti da Alzheimer. Successivamente, successivamente collaborai con la Fondazione Bellora – Onlus di Gallarate (VA), arricchendo ulteriormente la mia esperienza nel campo della memoria narrativa e dell’accompagnamento educativo.

    Il Valore delle Memorie Narrative

    Le memorie familiari non sono solo ricordi, ma radici che rafforzano l’identità e la coesione. Con un approccio pedagogico, aiuto le famiglie a riscoprirle e valorizzarle. Questo percorso è particolarmente prezioso per chi vive accanto a persone anziane o affette da Alzheimer, offrendo un modo per preservare e tramandare il loro vissuto.

    Oggi voglio estendere questa esperienza a un pubblico più ampio. Sempre più persone possono riscoprire il valore della cura attraverso le memorie narrative. Le Biografie Pedagogiche diventano un ponte tra passato, presente e futuro, restituendo dignità e significato a storie di vita che meritano di essere raccontate e custodite.

    Biografie Pedagogiche: Un Percorso Pedagogico di Cura

    Come Biografa Pedagogica, libera professionista, il mio obiettivo è portare un approccio innovativo e umano sia nel settore privato che nelle strutture di cura per anziani.

    Il percorso pedagogico che propongo è articolato in diverse fasi:

    1. Raccolta delle Memorie: attraverso colloqui, narrazioni e strumenti digitali, aiuto le famiglie a raccogliere storie e ricordi dei loro cari.
    2. Creazione di un Archivio Familiare: le memorie vengono organizzate in un archivio digitale, accessibile e condivisibile con tutta la famiglia.
    3. Percorsi di Formazione: offro formazione a familiari e operatori sanitari (Caregiver) per integrare il valore della memoria nella cura quotidiana.
    4. Supporto Emotivo e Pedagogico: collaboro con professionisti/e per garantire un’esperienza arricchente, evitando che il processo diventi fonte di stress.

    La memoria non è solo il ricordo del passato, ma un pilastro dell’identità personale. Per le persone anziane e chi vive con l’Alzheimer, mantenere vivi i propri ricordi significa migliorare la qualità della vita, ritrovando continuità e senso di appartenenza.

    Collaborazione con le Case di Cura

    Per questo motivo, voglio portare questo approccio anche nelle case di cura per anziani, integrandolo così in programmi più ampi, dove narrazione e memoria diventano strumenti di cura.

    Inoltre, collaborare con queste strutture significa offrire agli anziani un modo per sentirsi riconosciuti e valorizzati, migliorando così il loro benessere complessivo.

    Un Uomo e una Cicogna: Una Storia Emblematica

    “Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna” (Blixen 1959, 200).

    Questa storia dimostra il valore delle azioni compiute con dedizione e cura, anche se i risultati non sono immediati. Allo stesso modo, nel lavoro sulle memorie degli anziani, ogni passo e ogni ricordo raccolto contribuisce a creare un disegno significativo, arricchendo così la vita e il suo valore..

    Biografie Pedagogiche: Struttura del progetto:

    1. Premessa
    2. Obiettivi
    3. Metodologia e Linee Guida
    4. Tempistica: Le Biografie Pedagogiche

    Premessa: Biografie Pedagogiche

    Biografie Pedagogiche Valorizzazione delle Memorie Familiari 6
    Generazioni che si incontrano – Africa 2021

    La reminiscenza non è solo il semplice “raccontare storie” con gli altri, ma un’esperienza vissuta e condivisa, che coinvolge emozioni e sensi. Raccontarsi insieme significa sviluppare modi sensibili per condividere i ricordi, riscoprendo gli altri anche dopo momenti di solitudine, crisi o rinuncia alla bellezza di vivere.

    Questo processo allevia il peso della cura e della fatica, offrendo un sostegno prezioso sia nell’assistenza domiciliare che nelle situazioni di ricovero. Avere obiettivi concreti e condivisi è il primo passo per ritrovare il senso di progettualità. Raccontare e ricordare insieme, invece, è il primo passo per costruire e riscoprire la nostra identità accanto a chi amiamo.(E. Bruce, S. Hodgson, P. Schweitzer, 1999, XX-XXI).

    Obiettivi

    Applicando le Biografie Pedagogiche si riesce a :

    • Creare un’ Alleanza Terapeutica: il medico curante diventa un punto di riferimento, facendo da collante tra i vari specialisti e offrendo supporto sia ai caregiver che ai familiari, senza dimenticare il paziente.
    • Potenziamento dell’Ascolto Attivo: aiuta chi ascolta a superare pregiudizi, permettendo di esprimere e condividere la sofferenza del malato con il personale curante e la famiglia.
    • Stimolare le capacità cognitive: anche residue, attraverso attività che offrono sostegno agli anziani in diverse fasi della malattia. Questo approccio fornisce sollievo ai caregiver e rappresenta un’opportunità formativa per le figure curanti.
    • Mantenere il legame con il passato: per i familiari, la reminiscenza è un modo efficace per restare in contatto con la storia condivisa con la persona accudita.
    • Creare un ambiente sereno e rassicurante: valorizzare le esperienze positive aiuta sia il malato che il curante ad affrontare le difficoltà quotidiane. Le persone con demenza sono molto sensibili all’atmosfera che le circonda, per questo è essenziale farle sentire al sicuro e proporre attività che non vengano percepite come prove da superare.

    Metodologia

    Ricerca del Contesto Adeguato per il Progetto

    Per realizzare un progetto di Biografie Pedagogiche, è fondamentale scegliere il contesto più adatto. Le principali opzioni includono:

    • Centro Diurno Terapeutico;
    • Casa di Riposo con degenza;
    • Paziente che vive in famiglia.

    Scelta del Soggetto Narrante

    • Nelle strutture di cura, la selezione della persona da coinvolgere avviene con il supporto dei caregiver, che conoscono meglio le condizioni e le esigenze degli anziani.
    • Nel contesto familiare, se il progetto viene avviato privatamente, è essenziale un accordo preliminare con la persona interessata (se ancora in grado di comunicare e provare emozioni) e/o con la sua famiglia.

    Linee Guida sono:

    Biografie Pedagogiche Valorizzazione delle Memorie Familiari 2
    Ricordi dell’Africa 2020
    • Verità narrativa: la biografia non ricerca la verità storica o l’oggettività, ma la verità narrativa. I ricordi si trasformano nel tempo, circolando tra le persone e arricchendosi di emozioni. Questo processo non ha il gusto dell’esagerazione, ma un modo naturale della mente per dare colore e intensità ai fatti vissuti.
    • Relazione empatica: durante l’ascolto e la scrittura, si crea una sintonia tra narratore/narratrice e biografo/a. Anche la confusione, i silenzi e la frustrazione diventano parte del racconto, dando profondità alla narrazione.
    • Utilizzo del registratore: Il registratore aiuta il/la biografo/a a correggere imperfezioni, individuare eventuali pregiudizi e migliorare la comunicazione. Nei gruppi di reminiscenza, è utile per analizzare le dinamiche e affinare la conduzione dell’operatore.
    • Back-talk: ogni incontro inizia con un momento di back-talk, dove emergono nuove emozioni e si coinvolgono altri membri della famiglia. Questo arricchisce la narrazione, aggiungendo profondità ai ricordi.
    • Contesto storico e culturale: la biografia riflette il legame tra la persona e il suo contesto storico e geografico. Il biografo/a integra eventi storici per dare maggiore spessore alla narrazione.
    • Suddivisione in capitoli: ogni biografia è suddivisa in capitoli che scandiscono i momenti chiave della vita. Il titolo diventa un elemento poetico che racchiude il senso della storia e viene condiviso con il narratore.
    • Valorizzazione dei ricordi: le fotografie aiutano a seguire il flusso emotivo, offrendo pause nei momenti più intensi. I ricordi non devono restare dimenticati, ma riportati alla luce, dando loro nuovo significato e trasmettendoli alle generazioni future.

    Tempistica: Le Biografie Pedagogiche

    Come si Svolgono i Colloqui per le Biografie Pedagogiche Individuali

    Il percorso biografico pedagogico si articola in più incontri individuali con il/la paziente. La struttura degli incontri è la seguente:

    • Conoscenza reciproca e presentazione del progetto
    • Creare un clima di fiducia e sicurezza per incoraggiare la partecipazione del paziente
    • Durata: 1.5 – 2 ore
    • Discussione dei primi ricordi, esperienze infantili, famiglia d’origine
    • Ridurre l’ansia e suscitare entusiasmo per il progetto
    • Durata: 1.5 – 2 ore
    • Esplorazione delle esperienze giovanili, scuola, amici, primi amori
    • Introdurre il valore dell’ascolto attivo e il disagio creato dalla disattenzione
    • Durata: 1.5 – 2 ore
    • Racconti del matrimonio, carriera, figli e vita familiare.
    • Sperimentare la frustrazione provocata da una comunicazione incompleta e riflettere sugli sforzi necessari per capire una persona affetta da demenza.
    • Durata: 1.5 – 2 ore.
    • Racconti del matrimonio, carriera, figli e vita familiare
    • Sperimentare la frustrazione provocata da una comunicazione incompleta e riflettere sugli sforzi necessari per capire una persona affetta da demenza
    • Durata: 1.5 – 2 ore
    • Esperienze della vita adulta matura, pensionamento, riflessioni sulla vita
    • Riflettere sulla necessità di comprendere cosa la persona sta cercando di comunicare
    • Durata: 1.5 – 2 ore
    • Condivisione dei ricordi raccolti con il paziente e i familiari
    • Discussione e revisione del materiale raccolto, saluti conclusivi
    • Durata: 1.5 – 2 ore
    • Costruzione di una mappa concettuale basata su un concetto emerso durante gli incontri, significandolo e valorizzandolo con la raccolta di ricordi spontanei
    • Durata: 1.5 – 2 ore

    Durante gli incontri, la biografia prende forma in un quaderno ad anelli, in modo che sia possibile aggiungere nuovi ricordi nel tempo. Inoltre, le foto scannerizzate e il testo vengono consegnati anche su supporto digitale, così che la/il narratrice/narratore e la sua famiglia possano conservarli e condividerli facilmente.

    Conclusione

    Ogni storia è unica e merita di essere raccontata. Per questo motivo, il mio obiettivo è trasformare i ricordi in un patrimonio familiare prezioso, contribuendo così a rafforzare i legami tra generazioni.

    Se anche tu desideri scrivere la tua autobiografia o la biografia di una persona cara, sarò felice di guidarti in questo viaggio. Grazie alle Biografie Pedagogiche, potrai dare voce alla tua storia in modo autentico e significativo.

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  • L’Autobiografia: Struttura, Memorie e Narrazione

    L’Autobiografia: Struttura, Memorie e Narrazione

    Camminiamo Insieme verso la Lettura dell’Autobiografia

    La narrazione personale trasforma i ricordi in crescita personale e consapevolezza. Per questo motivo l’ autobiografia diventa uno strumento di autoformazione e valorizzazione di Sé.

    In questo articolo ripercorro la struttura della mia autobiografia, spiegando come ho selezionato i ricordi e costruito i capitoli. Per approfondire, mi avvalgo di letture sulla narrazione autobiografica. Esploro come il racconto di Sé possa diventare uno strumento di crescita e riflessione.

    “Quando il racconto autobiografico si fa sosta riflessiva o ci accompagna strada facendo; quando ci sorprendiamo a meditare sulla vita, già la filosofia ci abita da un pezzo ormai!” (D. Demetrio, Filosofia del camminare)

    L’Autobiografia: Il Racconto di Sé

    Il Racconto di Sé ha un valore autoformativo quando stimola l’“intelligenza autobiografica”1, che si realizza in due modi:

    • Pensiero retrospettivo: aiuta a contenere la dispersione dei ricordi e a rivitalizzare la memoria.
    • Pensiero introspettivo: permette una riflessione sempre più profonda, complessa e consapevole su di sé e sulla realtà.

    La Forza del Pensiero Abduttivo

    L’autobiografia potenzia il Pensiero Abduttivo2 che procede per metafore, analogie e immagini simboliche presenti nel racconto di sé:

    • Simbologia: il narratore interpreta la propria vita in modo creativo, trovando connessioni tra eventi che non seguono una logica lineare.3
    • Pensiero analogico e ipotetico-induttivo: richiede intuizione, creatività, sintesi e immaginazione, favorendo lo sviluppo dell’emisfero destro del cervello.4

    L’ Autobiografia: Il Bisogno di Raccontarsi: Parte 1

    Il bisogno di raccontarsi nasce spesso dalla sofferenza, che cerca espressione attraverso le parole. Nel primo capitolo ho trasformato sentimenti rimasti a lungo inespressi, sublimandoli nella narrazione. Questo processo di distanziamento catartico genera benessere.

    Ero in un momento molto difficile della mia vita, un periodo in cui mi sentivo persa e sopraffatta. Cercavo un modo per sfuggire alla sofferenza, ma alla fine ho trovato la forza di chiedere aiuto. Quel gesto mi permise di vedere la mia situazione da una nuova prospettiva e di iniziare un percorso di guarigione. La conversazione con una persona fidata è stata un punto di svolta. Da lì, ho iniziato a ricostruire la mia vita, pezzo dopo pezzo.

    L’ Autobiografia: Il Bisogno di Raccontarsi: Parte 2

    Ho scelto di iniziare l’autobiografia con un episodio triste e scioccante. So bene che “quell’esperienza5 mi ha resa la donna che sono oggi.

    Ho fissato il ricordo per non lasciarlo svanire nell’oblio. In questo modo, ho sfidato il naturale processo della memoria.

    La comprensione e l’amore dei miei genitori furono fondamentali per il mio recupero. L’aiuto medico e l’antidepressivo mi permisero di ritrovare equilibrio. Con il tempo, riscoprii il piacere delle piccole cose e decisi di riprendere gli studi. Una sera di inizio agosto 2000, ebbi una conversazione con mio padre che segnò una svolta. Mi spronò a realizzarmi come donna e come persona. Iniziai a studiare Pedagogia e superai con successo il test di ammissione alla Triennale in Scienze dell’Educazione alla Bicocca. Poi proseguii con la Specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa. Quello fu l’inizio di un nuovo capitolo della mia vita: la rinascita.”

    La Dimensione dell’Esperienza Educativa

    Recuperare l’esperienza nella ricerca educativa, secondo John Dewey, significa concepire l’educazione come un processo dinamico intrecciato alla vita.

    L’ Autobiografia: Crescita e Cambiamento

    Riflettere sull’esperienza educativa significa darle significato, esplorare le difficoltà e trovare soluzioni per guidare esperienze future6 . Questo approccio vede l’educazione non solo come conoscenza, ma come trasformazione personale e sociale.

    Nel corso della mia vita, l’educazione ha avuto un ruolo fondamentale, non solo a livello accademico, ma anche nella mia crescita personale. Durante gli studi universitari in Pedagogia, ho imparato a considerarla un viaggio continuo di scoperta e trasformazione. Questo percorso mi ha aiutata a sviluppare una maggiore consapevolezza di me stessa e delle mie capacità.

    L’ Autobiografia: L’Importanza della Riflessività

    La riflessione sull’esperienza educativa è un momento di ri-descrizione, basato su schemi e strutture già presenti in essa. Questa riflessività aiuta a individuare criticità e incongruenze, offrendo spunti per chiarificazioni e soluzioni.

    Durante il mio percorso formativo, ho affrontato diverse sfide che hanno contribuito alla mia crescita e maturazione. L’esperienza universitaria è stata un periodo di intensa riflessione e autoanalisi. Mi ha aiutata a comprendere meglio le dinamiche educative e a sviluppare strategie efficaci per superare le difficoltà.

    L’ Autobiografia: L’Educazione come Processo Continuo

    L’educazione è un processo continuo che accompagna tutta la vita, influenzando crescita personale e professionale. Dewey vedeva l’educazione come uno strumento per sviluppare pensiero critico e riflessivo, aiutando ad affrontare le sfide con consapevolezza.

    Nel corso della mia vita, ho sempre cercato di integrare le lezioni apprese dalle mie esperienze educative nel mio percorso professionale. Come Pedagogista Digitale, ho sviluppato processi educativi basati su una visione dinamica e continua dell’apprendimento. Il mio obiettivo è aiutare le persone a crescere e a svilupparsi in modo olistico.

    L’ Autobiografia: Apprendimento Esperienziale

    Un elemento essenziale dell’esperienza educativa è l’apprendimento esperienziale, che avviene attraverso l’esperienza diretta e la riflessione. Questo approccio ha avuto un ruolo centrale nella mia formazione e nella mia pratica educativa.

    L’apprendimento esperienziale mi ha insegnato l’importanza di coinvolgere attivamente le persone nel processo educativo. Incoraggiarle a esplorare, sperimentare e riflettere sulle proprie esperienze rende l’apprendimento più significativo e rilevante. Questo metodo favorisce anche lo sviluppo di competenze critiche e creative.

    L’ Autobiografia: L’Integrazione delle Esperienze di Vita

    Integrare le esperienze di vita nell’educazione arricchisce l’apprendimento e favorisce una comprensione più autentica della realtà. Questo approccio aiuta a sviluppare una visione olistica del mondo, fondamentale per affrontare le sfide della società contemporanea.

    “Infine, integrare le esperienze di vita nel processo educativo è fondamentale. Le esperienze personali e professionali sono risorse preziose che arricchiscono l’apprendimento e la crescita. Durante il mio percorso educativo, ho sempre fatto tesoro di queste esperienze, utilizzandole per offrire prospettive uniche alle persone che incontro.

    La Cultura della Differenza di Genere in Famiglia

    Nel capitolo dedicato alla famiglia, ho presentato le persone che mi hanno accompagnato nella vita, evidenziando caratteristiche personali e caratteriali.

    Narrazione Autobiografica: Struttura e Memorie Familiari
    Ritratto di famiglia
    L'Autobiografia:
    Fratelli e Sorelle

    Ho voluto evidenziare il tema della differenza di genere, che in questo contesto familiare ho vissuto in modo contraddittorio e conflittuale.

    Finché il nucleo era intatto, questa differenza restava implicita. Solo quando i membri della famiglia hanno espresso le loro unicità, ho iniziato a metterla in discussione, riconoscendola come parte del processo di crescita.

    L’Identità di Genere

    L’identità di genere è uno schema psicologico, un copione familiare, un mito, un paradigma. Il copione familiare è un modello operativo con aspettative condivise su ruoli e azioni. Alcuni miti stabilizzano il sistema, altri ne favoriscono il cambiamento. Nell’approccio narrativo conta la verosimiglianza, non la verità storica. I miti influenzano la relazione tra i sessi e le dinamiche familiari.

    Nell’approccio narrativo non conta la Verità Storica, ma la verosimiglianza, la Verità Narrativa, un criterio socialmente costruito. Esistono miti di coppia, come “L’uomo deve proteggere la donna” o “Nella nostra relazione la differenza di genere non conta”. Ci sono anche miti familiari, come “Le donne di questa famiglia sono forti” o “In casa nostra non c’è differenza tra maschi e femmine”.7

    Crescere in una famiglia numerosa, con ruoli ben definiti, ha influenzato profondamente la mia identità di genere. Mio padre mi ha sempre lasciata libera di esplorare e sperimentare. Mia madre, invece, aveva aspettative precise su come dovessi comportarmi come “donna di buona famiglia”. Queste dinamiche hanno plasmato la mia percezione di me stessa e il mio modo di interagire con il mondo.

    Strategie di Convivenza e Negoziazione

    Per comprendere la differenza di genere in famiglia, è essenziale individuare strategie di convivenza e negoziazione tra sessi e generazioni. Le relazioni tra uomo e donna nella coppia spesso diventano un terreno di confronto e affermazione. L’approccio narrativo offre una visione profonda e dinamica della co-costruzione dell’identità di genere.

    Per comprendere la co-costruzione dell’identità di genere, è fondamentale ascoltare le storie delle persone e intrecciarle tra loro. Questo permette di individuare strategie latenti di coppia, modelli di differenziazione coordinata e condivisa che danno senso alle scelte. L’approccio narrativo offre così una visione profonda, multifocale e dinamica.8

    Narrazione Autobiografica: Struttura e Memorie Familiari
    Poesia sulla Varicella di GianPaolo Macario
    Narrazione Autobiografica: Struttura e Memorie Familiari
    Annuncio al Villaggio dell’acquisizione della mia Patente da parte dei miei fratelli

    Durante la nostra crescita, si verificò una divisione tra “i grandi” e “i piccoli”, con lotte e rivendicazioni generazionali. Queste dinamiche hanno influenzato le nostre relazioni, alimentando incomprensioni e conflitti. Con il tempo e la maturità, però, siamo riusciti a superarli, trovando un nuovo equilibrio.

    La Famiglia Autopoietica

    La famiglia, si definisce “auto-mito-poietica”9 perché costruisce se stessa e le identità dei suoi membri attraverso racconti, miti e leggende. Infatti, l’identità non è determinata biologicamente, ma si forma come racconto di sé all’interno di contesti molteplici. Di conseguenza, il percorso che porta una femmina o un maschio a riconoscere la propria unicità si sviluppa nelle relazioni con gli altri significativi e con l’Altro necessario, come scrive Cavarero. Di conseguenza, il percorso che porta una femmina o un maschio a riconoscere la propria unicità si sviluppa nelle relazioni con gli altri significativi e con l’Altro necessario, come scrive Cavarero.

    La Memoria Familiare

    La memoria familiare è dunque una forma di conoscenza che dà significato alla nostra identità personale e sociale.

    La famiglia tramanda storie, diverse ma simili, ricche o essenziali, fatte di assenze, vuoti, solitudine, avventure e scoperte.

    Ogni storia co-crea la realtà e l’identità familiare. Memoria familiare e autobiografica sono interconnesse e si alimentano reciprocamente. Quando manca una narrazione, le crisi rischiano di diventare stagnanti. Senza un patrimonio di significati, è difficile interpretarle e affrontarle.10

    Ricordo i racconti di mia madre sulla mia nascita, le esperienze di crescita con i miei fratelli e sorella, e le difficoltà affrontate insieme. Questi ricordi hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della mia identità e nella comprensione del valore delle relazioni familiari. Le storie tramandate dai miei genitori hanno creato un senso di continuità e appartenenza, influenzando profondamente la mia vita.

    Casa, Dolce, Casa

    Nel capitolo “Casa… dolce… casa” ho evocato ricordi attraverso parole legate a esperienze sensoriali: oggetti, emozioni, volti, luoghi, odori, suoni, colori, sapori, scene.

    “Che bello tornare a casa!”

    Ogni giorno, al rientro da un girovagare frenetico tra mille impegni, ripeto questa frase. In effetti, tornare a casa significa ritrovare le persone che amo, ma anche rientrare in quello spazio che mi protegge. Non a caso, è il luogo dove posso riposare, rifugiarmi e concedermi momenti di riflessione… davanti al computer.

    Nel mio vissuto ho abitato in diverse case, ed alcune di queste mi sono rimaste nel cuore. La prima casa dei miei ricordi è quella di Via Canova, 9 a Milano. Era la casa della mia giovinezza e lasciarla è stato un trauma. Spaziosa, luminosa ed elegante, riusciva a offrire privacy anche in una famiglia numerosa.

    Tra i tanti ricordi, un altro indelebile riguarda le tazze della colazione. Sembravano uguali, eppure ognuna aveva un dettaglio diverso, una personalizzazione. Quest’ultima creava un senso di appartenenza e unicità nella nostra famiglia.

    Viaggi e Fotografia

    Nella sezione dedicata ai viaggi ho privilegiato le foto, poiché il pensare per immagini mi ha spinto a cercare sempre un punto di vista.

    In questo modo “Guardare e essere guardata” diventano parte del racconto.

    Come scrive Anna D’Elia: “Assumendo domande come traccia del lavoro autobiografico, non possiamo prescindere dalla messa a fuoco del nostro sguardo sul mondo.”

    “Quel gran genio del mio amico, lui saprebbe cosa fare…”: così cantavano Mogol e Battisti, che hanno ispirato il titolo “Sì, Viaggiare” nella mia autobiografia.

    La voglia di viaggiare è sempre stata una parte essenziale della mia vita. Viaggiare è un’esperienza formativa che sviluppa il fai da te, l’adattamento, la socializzazione e la tolleranza.

    Quando i miei genitori ebbero la possibilità economica di portarci in viaggio, iniziarono con il Sud Italia. Viaggiavamo su un Ford Transit, dormendo in tenda ed in seguito in una roulotte , vivendo esperienze indimenticabili.

    I viaggi mi hanno insegnato a rispettare e riconoscere la dignità degli altri, a sopportare il disagio e a sorridere di più.

    Le esperienze con la famiglia e gli amici mi hanno arricchita, offrendomi nuove prospettive e un senso di avventura. Dalle gite in montagna alle escursioni in Tanzania, ogni viaggio ha contribuito a formare la mia identità e a costruire ricordi preziosi.

    La fotografia ci aiuta a dare nuovo significato al passato e a vivere la vita come un racconto. L’album di famiglia diventa un luogo di ripasso autobiografico. In esso ritrovo tracce di me stessa e delle persone che mi circondano.

    La Lettura della Propria Storia

    “Ogni foto è un ricordo futuro11.

    “E’ il ripetersi infinite volte di ciò che ha avuto luogo una sola volta“.12

    Quando l’autore legge la propria storia, ritrova un’immagine fissata sulla pagina. La narrazione si completa solo con il distacco, leggendo il proprio racconto come se appartenesse a un altro.

    La Scrittura Stra-Ordinaria

    La scrittura è sempre stra-ordinaria infatti ci porta oltre l’ordinario, generando un turbamento esistenziale con valore pedagogico. D’altra parte quando ci avviciniamo a testi autobiografici, anche semplici o spontanei, scopriamo che seguono comunque una struttura.

    Per questo motivo chi scrive organizza i ricordi secondo diversi ordini:

    • Cronologico, ricostruendo periodi e fasi della vita in sequenza.
    • Topologico, rievocando i luoghi vissuti o attraversati.
    • Personologico, mettendo in rilievo le figure cruciali incontrate nel tempo.13

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    Se senti il desiderio di raccontare la tua storia, sarò felice di accompagnarti in questo percorso.

    Come Pedagogista Digitale nel Lifelong Learning, mi occupo di Biografie Pedagogiche che valorizzano l’unicità di ogni individuo. Ti aiuterò a esplorare i tuoi ricordi e a trasformarli in un racconto significativo e formativo.

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    Narrazione Autobiografica: Struttura e Memorie Familiari
    Viaggio in Turchia 2015 lago salato Tuz Gölü
    1. D. Demetrio, (1996), Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano p. 63 ↩︎
    2. L. Formenti, (1996), La storia che educa: contesti, metodi, procedure dell’autobiografia educativa, Adultità, n. 4, p.87 ↩︎
    3. A. Bolzoni, (1999), I concetti e le idee, in  D. Demetrio (a cura di), L’educatore auto(bio)grafo,Il metodo delle storie di vita nelle relazioni di aiuto, Edizioni Unicopli, Milano, pp. 35-36 ↩︎
    4. I. Gamelli (1995), La conoscenza di sé e il pensiero introspettivo: la meditazione, in D. Demetrio (a cura di), Per una didattica dell’intelligenza. Il metodo autobiografico nello sviluppo cognitivo, F. Angeli, Milano, p. 120 ↩︎
    5. La parola “esperienza” scrive Dewey, “comprende ciò che gli uomini fanno e soffrono, ciò che ricercano, amano, credono e sopportano e anche il modo in cui gli uomini agiscono e subiscono l’azione esterna, i modi in cui essi operano e soffrono, desiderano e godono, vedono, credono, immaginano, cioè i propri processi dell’esperire” ↩︎
    6. M. Striano, (2003), La narrazione come dispositivo di riflessione sull’esperienza educativa, in I. Gamelli, (a cura di) Il prisma autobiografico, Riflessi interdisciplinari del racconto di sè, Edizioni Unicopli, Milano, pp. 123-141 ↩︎
    7. CIFS, (2002), op. cit., p. 41-46 ↩︎
    8. CISF, (2002), La famiglia si racconta, la trasmissione dell’identità di genere tra le generazioni, in L. Formenti (a cura di), San Paolo, Cinisello Balsamo, pp.47-51 ↩︎
    9. L. Formenti, I. Gamelli (1998), Quella volta che ho imparato. La conoscenza di sé nei luoghi dell’educazione, Raffaello Cortina, Milano, p.31 ↩︎
    10. CIFS, (2002), op. cit., p. 38-40 ↩︎
    11. I. Calvino, (1977) Le avventure di un fotografo, in Gli amori difficili, Einaudi, Torino, p.41 ↩︎
    12. R. Barthes, (1980), La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, p.6 ↩︎
    13. D. Demetrio, (1999), Da autobiografi a biografi, in D. Demetrio (a cura di), L’educatore auto(bio)grafo,Il metodo delle storie di vita nelle relazioni di aiuto,  Edizioni Unicopli, Milano, pp. 69-75 ↩︎
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